Etimologia: DESIDERIO

Che significa desiderare sul serio?
Ce lo spiegano i Desiderantes dell’antica Roma e le stelle cadenti della notte di San Lorenzo.

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Osservatorio etimologico: Infanzia, Adolescenza e Genitorialità

Parlando del mito patriarcale di Urano e della figura divoratrice di Crono, ci siamo già occupati di analizzare il rapporto fra il ruolo genitoriale e quello del figlio.

Allora forse può risultare interessante cercare di percorrere l’origine di quelle parole delle quali ci serviamo per definire i due grandi momenti della maturazione di un giovane, ossia Infanzia e Adolescenza, e per descrivere il culmine della realizzazione civile di un adulto, la Genitorialità.

Infante deriva dal latino. E ancora una volta per poter racchiudere l’essenza dell’esser bambino la lingua italiana è obbligata a impiegare un in- privativo.
Fante deriva da fans, ossia dal verbo fari che banalmente significa “parlare”. Infante è colui che non sa parlare. Interessante notare come non siamo strutturalmente capaci di trovare una parola autentica, che non nasca da una negazione, per definire che cosa un bambino sia. E questa nozione supporta quanto abbiamo già detto relativamente all’insieme delle dimensioni di senso: il linguaggio razionale fa degenerare la nostra realtà discorsiva all’interno di scenari limitati, escludendo la maggior parte dei mondi possibili. È quindi normale che il mondo razionale degli adulti viva l’infanzia come una privazione di significato, come una follia. Perché, spiace dirlo, ma è così che la pensiamo: ha senso, dunque è logico, solo ciò che le leggi razionali possono contenere. Il resto (che poi è il Tutto) viene relegato a semplici affermazioni per sottrazione.

Perché allora è faticoso fare il genitore? Perché i bambini vivono in una dimensione di senso che supera quella degli adulti. I bambini stanno costantemente nell’esperienza del mondo come Tutto. Se vogliono avvicinarsi ai figli, i genitori devono rievocare l’autentico che esonda il razionale. Questo sforzo, tra l’altro, non è nemmeno richiesto per molti anni: tanto poi nel mondo di oggi i figli sono prontamente recintati al logos e la storia finisce lì.

Detto questo, il tempo infantile passa e la vera svolta accade con l’Adolescenza. Ora, sebbene questa stagione della vita sia bistrattata in ogni modo, l’etimo è fra i più affascinanti e poliedrici.

Da un lato, una prima derivazione latina prende le mosse dal verbo adolescere, che significa “crescere”. Dunque adolescente è colui che “prende vigore, che si innalza”. Tuttavia, in alternativa lo si può far derivare dal verbo adolere, con il significato di “andare in fiamme, ardere”. E se si separa ad da oleo, rimane la sensazione olfattiva del “mandare odore, odorare”.

L’immagine dell’adolescenza che ne consegue, è assai suggestiva. Adolescente è città in fiamme, il cui svettare si innalza solo grazie ai fuochi che mandano in rovina le proprie fondamenta. Adolescente è colui che travolge se stesso, che per superarsi divora le proprie certezze. Adolescente è forza destrutto-costruttiva: sradica se stesso per affermarsi.

Tuttavia, perché mai questo accade?

Si verificano dei cambiamenti sul piano fisiologico. L’assunzione dell’odore (per lo più sgradevole) da parte dei giovani, in realtà è un sintomo di stravolgimento sessuale. L’incontro con la dimensione erotica accende il desiderio: tutto sanno fare i bambini, e questo lo abbiamo già detto, ma non sanno desiderare. Il desiderio emerge con la parola, la quale scaglia l’adolescente in una dimensione di riappropriazione di quel mondo che gli è stato sottratto dalla presa razionale di coscienza.

E infatti la dimensione autentica del desiderio è quella adolescenziale: finalmente abbiamo un sogno, finalmente incontriamo l’amore, finalmente siamo vivi.

Bene, possiamo saltare lo scenario tipico della vita adulta, del quale abbiamo già abbondantemente parlato in precedenza con accezione negativa, per arrivare a quella dimensione di pseudo-salvezza che la genitorialità può ancora riscoprire.

Ebbene, l’origine del sostantivo genitore è molto semplice: significa “colui che genera”. Generare, creare, sono verbi che portano in seno un significato di compimento. Non si genera per caso, non si crea per caso. Fra l’altro, creativo è colui che nuovamente sfocia nell’irrazionale.

In linea generale, bisognerebbe evitare di mettere al mondo dei figli fintanto che non ci si riconosca in grado di ri-vedere, di scorgere di nuovo, di perdersi in tutto quel Cosmo che il nostro sistema analitico di regole comunicative ci forza quotidianamente a escludere.

Simone

[Ho parlato della figura del padre in questi articoli:
La figura del padre – L’evirazione di Urano
Il terrore del padre – Crono

Ho parlato di linguaggio autentico in questo articolo:
Che cosa i poeti vedono – L’autentico

Ho parlato di Cosmo in questo articolo:
Osservatorio etimologico: Caos, Cosmo e Natura]

Osservatorio etimologico: Caos, Cosmo e Natura

Pasolini

Più di una volta abbiamo tirato in ballo entità come il Caos, il Cosmo e la Natura, senza però mai andare veramente a fondo delle loro proprietà.

Χάος (Cháos) in greco significa “mescolanza o disordine”, ma da non confondersi con l’accezione contingente che noi ad esempio diamo ad una stanza in soqquadro. Come invece ci ricorda il mito matriarcale della creazione “All’inizio Eurinome, Dea di Tutte le Cose, emerse nuda dal Caos […]”, necessariamente il Cháos è la dimensione che dà origine a tutte le dimensioni, più grande di tutte le cose alle quali dà origine.

Se allora Tutte le Cose emergono dal Cháos, significa che esso è il Tutto, comprendente il disordine primordiale e l’ordine derivato. Per la civiltà del mito dunque, Cháos è la dimensione più estesa che si possa immaginare. Il Cháos, per definizione e anche per figurazione, è l’assolutamente incontenibile, il non-circoscrivibile, l’immenso sterminato. Per queste ragioni, il mito non riesce a fornire a questa definizione di Tutto, quei confini oltre i quali si possa ammettere l’esistenza del Niente.

Se nella sfera mitica il Cháos è l’irrecintabile tutto, allora il κόσμος (Kósmos) è ciò che emerge dal Cháos, dotandolo di ordine.
A questo punto però, la filosofia fa un passo innanzi, rintracciabile nell’etimo dalla radice indoeuropea kens-: il nuovo significato di Kósmos è quello di un “annuncio che si afferma con autorevolezza”, dunque di una verità che si illumina. Il Cosmo è la totalità delle cose che in quanto illuminate, per la sola ragione di esserci, sono cariche di innegabilità e immutabilità.

Questa dimensione dell’illuminazione è ciò che farà domandare a Pasolini di quel “luogo che non ho mai esplorato, UN VUOTO NEL COSMO” dal quale Maria Callas riemerge, quasi che il sigillo di un incontro possa essere una riappropriazione del senso del Tutto.

Ancora più incastonata nelle qualità linguistiche del greco e del latino, è la parola Natura. Se si sta dietro alla definizione latina di Nascor, che vuole appunto dire nascere, allora la Natura non è altro che l’insieme degli enti che divengono.
Laddove qualche cosa nasce, essa diviene e infine muore. Esce cioè dall’orizzonte degli eventi entro i quali se ne può fare esperienza. In questo caso allora, la Natura corrisponde all’insieme di tutti quei fenomeni che la Fisica può indagare.

Altro significato possiamo invece dare a questo termine, se lo facciamo derivare dal greco φύσις (Physis). Ancora una volta, la radice è indoeuropea. Da bhu che significa appunto “essere”, associato a bha che vuole dire luce, la Physis si riappropria di quel suo “illuminarsi, poiché è” proprio del Kósmos.

Potremmo quindi dire che Physis e Kósmos, nella loro accezione più ampia, rappresentano tutto ciò che è palese e manifesto, e che pertanto si impone agli occhi del filosofo, lasciandosi penetrare da quel suo sguardo desideroso di afferrare la totalità del mondo.

Questa è una delle prime definizione che finalmente si dimostri libera da qualsiasi inferenza mitica.

 

Timor di me?

Oh, un terribile timore;
La lietezza esplode
contro quei vetri sul buio
Ma tale lietezza, che ti fa cantare in voce
è un ritorno dalla morte: e chi può mai ridere –
Dietro, sotto il riquadro del cielo annerito
Riapparizione ctonia!
Non scherzo: ché tu hai esperienza
di un luogo che non ho mai esplorato, UN VUOTO
NEL COSMO
È vero che la mia terra è piccola
Ma ho sempre affabulato sui luoghi inesplorati
con una certa lietezza, quasicché non fosse vero
Ma tu ci sei, qui, in voce
La luna è risorta;
le acque scorrono;
il mondo non sa di essere nuovo e la sua nuova giornata
finisce contro gli alti cornicioni e il nero del cielo
Chi c’è, in quel VUOTO DEL COSMO,
che tu porti nei tuoi desideri e conosci?
C’è il padre, sì, lui!
Tu credi che io lo conosca? Oh, come ti sbagli;
come ingenuamente dai per certo ciò che non lo è affatto;
fondi tutto il discorso, ripreso qui, cantando,
su questa presunzione che per te è umile
e non sai invece quanto sia superba
essa porta in sé i segni della volontà mortale della maggioranza –
L’occhio ilare di me mai disceso agli Inferi,
ombra infernale vagolante
nasconde
E tu ci caschi
Tu conosci di ciò che è realtà solo quell’Uomo Adulto
ossia ciò che si deve conoscere;
lei, la Donna Adulta, stia all’Inferno
o nell’Ombra che precede la vita
e di là operi pure i suoi malefizi, i suoi incantesimi;
odiala, odiala, odiala;
e se tu canti e nessuno ti sente, sorridi
semplicemente perché, per ora, intanto, sei vittoriosa –
in voce come una giovane figlia avida
che però ha sperimentato la dolcezza;
Parigi calca dietro alle tue spalle un cielo basso
con la trama dei rami neri; ormai classici;
questa è la storia –
Tu sorridi al Padre –
quella persona di cui non ho alcuna informazione,
che ho frequentato in un sogno che evidentemente non ricordo –
strano, è da quel mostro di autorità
che proviene anche la dolcezza
se non altro come rassegnazione e breve vittoria;
accidenti, come l’ho ignorato; così ignorato da non saperne niente –
cosa fare?
Tu doni, spargi doni, hai bisogno di donare,
ma il tuo dono te l’ha dato Lui, come tutto;
ed è un Nulla il dono di Nessuno;
io fingo di ricevere;
ti ringrazio, sinceramente grato;
Ma il debole sorriso sfuggente
non è di timidezza;
è lo sgomento, più terribile, ben più terribile
di avere un corpo separato, nei regni dell’essere –
se è una colpa
se non è che un incidente: ma al posto dell’Altro
per me c’è un vuoto nel cosmo
un vuoto nel cosmo
e da là tu canti.

[P.P. Pasolini, da Trasumanar e Organizzar, 1971]

Osservatorio etimologico: Panico, Terrore e Angoscia

Vrubel_pan
Pan – Mikhail Vrubel, 1900

A questo punto del nostro percorso, risulta decisivo il paragone fra tre diversi termini con significato parzialmente sovrapponibile: Panico, Terrore e Angoscia.

Il panico è una sensazione di timore che sembra prenderci all’improvviso, annullando qualunque sfera razionale e gettando la nostra mente nel vuoto. In effetti, la parola deriva dal greco panikos, letteralmente “del dio Pan”.

Per capire di che cosa si stia parlando, è bene riprendere un attimo il destino di Crono. Egli era intento nell’atto di divorare i propri figli, per paura che questi potessero detronizzarlo. Ad un certo punto, Rea decise di nascondere a Crono il suo terzo figlio maschio, di nome Zeus. Questo figlio crebbe lontano da casa e ritornò sotto le vesti di coppiere, fornendo a Crono una bevanda che lo spinse a rigettare tutti i figli che aveva ingoiato: Estia, Demetra, Era, Ade e Posidone. A quel punto, i tre fratelli maschi guidarono una guerra contro i Titani guidati dal gigantesco Atlante, guerra che vinsero grazie ai Ciclopi e ai giganti centimani liberati dal Tartaro.
Allora è proprio nel momento finale della battaglia contro i Titani, che il dio Pan emerge all’improvviso: non in forma corporea e ben visibile, ma attraverso un urlo inaudito, capace di atterrire persino i Titani e metterli in fuga.

Del dio Pan dunque, ciò che sconvolge è l’apparizione di una voce alla quale non è possibile ricondurre un corpo, e dunque una causa.
Questo emergere dal vuoto è proprio ciò che alimenta il panico: di fronte ad esso qualsiasi ragionamento è del tutto incapace di prendere forma.

La parola Terrore, deve invece la sua origine alla radice indoeuropea Ter-, che reca il significato di tremare. Non per nulla si dice “Ero terrorizzato: stavo tremando dalla paura.” Il terrore è infatti una reazione corporea ad un avvenimento sconvolgente.
Ma non solo: come il tremore della terra durante un terremoto emerge dalla terra stessa, anche il terrore sembra risalire in superficie dai nostri organi interni. Nella nostra lingua, questo significato di inquieta riemersione è tipico di altri sostantivi che terminano in –ore: ad esempio tremore, come abbiamo appena menzionato, ma anche pallore, candore, pudore, sentore. Sono tutti stati corporei (percepiti, per lo più, attraverso i sensi) che risalgono in superficie.

Allora, laddove il panico è uno stato mentale, o sarebbe meglio definirlo uno stato di totale assenza della ragione, il terrore è una condizione corporea.

Che cosa dunque rimane da dire sull’Angoscia?

Già qualcosa era stato detto, definendo Angoscia quella condizione psichica nella quale qualsiasi sostegno alla comprensione del mondo va del tutto perduto. Nei bambini, è una condizione nella quale la psiche “si smarrisce”.

Se però si guarda all’etimologia del vocabolo, qualcosa in più è possibile aggiungere. L’origine è dal latino angustia, che deriva dal verbo angere, ovvero “stringere”. Nel pieno dell’angoscia, ci si sente infatti stringere il petto.
A differenza tuttavia del panico e del terrore, che si estinguono nell’arco ristretto di una specifica contingenza di eventi, l’angoscia perdura nel tempo. Essa infatti ricade entro una categoria esistenziale.

Oltre ai bambini, chi altri potremmo immaginare essere afflitti da una condizione del genere?
Gli uomini primitivi, ad esempio, attorno alla fiamma del loro fuoco, vivevano nell’angoscia di non sapersi difendere dagli animali selvaggi.

L’angoscia allora, è un chiaro sintomo di non-conoscenza. Con la differenza che, in uno stato del genere, il soggetto è assolutamente certo di non poter pervenire a quella conoscenza che lo salverà. La sua vita dunque si mantiene all’interno di uno stato non illuminato.

Poiché il bambino non può prevedere l’esito dell’improvviso calare delle tenebre in cameretta e l’uomo primitivo non può sapere se supererà la notte, la sofferenza diviene persistente trasformandosi in una piega dell’esistenza.

Simone

[Ho parlato di Crono e del suo divorare i figli in questo articolo: Il terrore del padre – Crono

Ho parlato per la prima volta di Angoscia, in questo articolo: L’angoscia del Niente]

Osservatorio etimologico: Fato o Destino?

Altri due sostantivi, il cui significato è bene analizzare contemporaneamente, sono Fato e Destino.

Ad una rapida comparazione, risulta infatti difficile stabilire se vi siano delle differenze di senso.
In questa direzione, può correrci in aiuto l’etimologia.

Fato deriva dal latino Fatum, il quale a sua volta prende le mosse dal verbo fari, che semplicemente significa “dire, parlare”. Sebbene la traduzione appaia banale e sembri non fornire alcun indizio, in realtà il Fato latino era la Parola degli Dèi, quel loro pronunciarsi attorno alle sorti finali di ciascun uomo.

Se ci riflettiamo un attimo, questa forma è sul serio sopravvissuta fino a noi: ad esempio nell’espressione colloquiale “Non pretendo però che le mie parole siano il Verbo”, pronunciata appena dopo aver sostenuto una certa argomentazione. In questo caso particolare, il sostantivo verbo è sinonimo di “parola che scende dall’alto”. Parola appunto divina.
Infatti, in risposta ad una specifica argomentazione che stiamo portando, ci sentiamo subito in dovere di sminuirci di fronte ad un eventuale giudizio divino, la cui insindacabile dimensione di verità non potrebbe mai appartenerci. E per farlo, ci mascheriamo dietro a quel “Non pretendo che”. Solo gli Dèi possono pretendere, nel senso di “pronunciar fatti inesorabili”.

Se allora il Fato è qualcosa che si pronuncia, è un giudizio che rientra dunque nell’ambito dei discorsi, Destino reca nell’etimo qualcosa di diverso.

Destino deriva dal latino destinare, verbo che propriamente significa “fissare”. Porta inoltre al suo interno il già incontrato greco histemi (star su): allora forse il sostantivo Destino dovrebbe esser reso con “ciò che far star su, ciò che fissa le cose”.
Questa nuova definizione dota il Destino di sostanza, ovvero lo rende qualcosa di concreto.

E infatti, chi più chi meno, siamo un po’ tutti convinti che esista una forza cosmica in grado di guidare gli avvenimenti della nostra vita secondo leggi inconoscibili e immutabili. L’intero significato è racchiuso nell’esclamazione “Era proprio destino che andasse così.” A posteriori dell’evento che ci porta ad esprimere un giudizio del genere, noi ci immaginiamo una sorta di disegno precostituito.
Essendo allora la nostra ricostruzione solo successiva al disvelamento del destino, esso ci rimane inconoscibile nella complessità di quelle dinamiche che lo hanno reso possibile. Tuttavia, allo stesso tempo il definirsi nella nostra mente della verità del destino (nel senso che crediamo esista per davvero), in qualche modo ci permette di dare un senso finale ad un insieme di eventi, altrimenti disordinati. Questa sensazione di ordine (come se finalmente i pezzi andassero tutti al loro posto) ci convince del fatto che “così dovevano andare le cose”, cioè che in fondo “le cose andranno sempre così, poiché la loro natura è immutabile.”

Proprio in questa dimensione, tutt’oggi la concezione di Destino sopravvive in quell’essere fisso, dunque certo, che trascina con sé la sua origine greca.

Simone

[Ho parlato del greco histemi, per la prima volta in questo articolo: Combattere l’Opinione: il concetto di Epistéme]

Osservatorio etimologico: Anima e Spirito

É bene trattare i concetti di Anima e Spirito allo stesso momento, poiché in diverse occasioni vengono utilizzati come sinonimi.

In effetti, i due termini sembrano condividere un’origine comune: entrambi incarnano il significato di “alito o respiro vitale”, quel soffio che sostiene il corpo durante la vita.
Anima infatti deriva dal greco anemos, che significa vento, mentre spirito dal latino spirare, ovvero soffiare.

Quest’idea che il vento sostenga la materia (la sostanza) delle cose dell’Universo, non dovrebbe più di tanto sorprenderci. Nelle civiltà greche arcaiche, abbiamo già incontrato quella convinzione in base alla quale l’aria feconderebbe le donne, lasciandole incinte.

Ma senza andare troppo lontano, anche la nostra mente tende a figurarsi un mondo vivo, solo laddove ci sia del movimento intrinseco alle cose: gli alberi che stormiscono al tramonto, i mulinelli di cartacce negli angoli delle strade. Tanto che, qualora non rinveniamo dei rumori nell’ambiente, immancabilmente ci viene da pensare che qualcosa non vada. Parliamo spesso di “calma piatta”, dove la piattezza è chiaramente da intendersi in senso negativo.

Pensare allora che l’anima sostenga il corpo dell’essere umano, che sia dunque un attributo della materia, non dovrebbe apparirci poi così stravagante.

Il primo a parlare in questi termini, è forse stato Omero, il quale racconta di un’anima che abbandona il corpo morente dell’eroe durante l’esalazione dell’ultimo respiro.

Eppure, nonostante queste ferme origini corporee del concetto di anima, al giorno d’oggi siamo profondamente convinti che nell’uomo vivente, coesistano una sostanza immateriale (lo spirito o anima appunto) e una sostanza fisica (il corpo). Vive infatti l’intramontabile convinzione che esista un dualismo anima-corpo.

E allora sorge spontanea una questione: che cosa si intende oggi per anima?

La cosiddetta immaterialità dello spirito (o dell’anima, se continuiamo ad utilizzarli come sinonimi) trova radici profonde nel pensiero di Cartesio. Egli distingue una sostanza estesa (res extensa) da una sostanza pensante (res cogitans): il concetto di spirito ha quindi preso le fattezze di quello della mente?

In effetti, la massima Cogito, ergo sum (Penso, dunque sono), sembra proprio dirci che l’Io razionale (il soggetto pensante) corrisponda in verità al nostro spirito. Il mio essere-nel-mondo (essere nella sostanza materiale), è primariamente un essere (uno spirito) che pensa.

Nondimeno in greco, la parola Spyché, che ci vien facile tradurre con psiche, significa proprio anima, sebbene rimanga abbracciata al suo significato originario di psychein (soffiare, spirare).

Ora, è probabile che tutto questo basti a spiegare (seppur grossolanamente) il senso di anima, e di conseguenza di spirito, laddove i due sostantivi vengano utilizzati come sinonimi.

Tuttavia, se ci soffermiamo un attimo a riflettere, nel corso della storia il termine spirito ha di gran lunga superato le aspettative classiche.

Esiste infatti lo Spirito di coloro i quali sono morti e tornano a farci visita. Insomma, il concetto attuale di spirito, non indica più né quel soffio che sorregge la carne, né il Sé ragionante.
Sembra invece indicare l’incorporeo che si fa corporeo. Lo spirito è dunque la componente immateriale della nostra esistenza, che dopo la morte torna a farci visita concedendosi delle fattezze corporee umane.

Questa visione è forse legata al principio cristiano della Resurrezione della Carne. Se il corpo in qualche modo sopravvive al proprio tempo, ovvero ritorna vivo, esso deve conservare la sua animosità intrinseca, quella appunto dello spirito. Altrimenti sarebbe soltanto un involucro vuoto.

Ecco quindi che il significato del termine spirito si ritrova ad abbracciare entrambe le componenti umane. Deve farsi anche carne.

Simone

Osservatorio etimologico: Idea, Pensiero e Mente

Molte parole sono state menzionate in questo contenitore digitale.
Idea, pensiero e mente sono quelle sulle quali è giunto il momento di riflettere.

È bene dedicare un po’ d’attenzione a questa triade di concetti, i quali per comune assunzione, vengono definiti astratti.

Cominciamo da idea e pensiero, i classici attribuiti della nostra mente.

Essendo ormai degli umani digitali, forse ci sorprenderà saperlo, ma la parola idea deriva dal greco ἰδέα, che semplicemente significa forma o apparenza. Deriva infatti dal verbo ἰδεῖν (idein): vedere.

In principio allora, l’idea non è quel concetto astratto che si forma nella mia mente, bensì costituisce l’aspetto (la sembianza) di ciò che vedo. L’unico appiglio contemporaneo a questo tipo di definizione, lo ritroviamo quando diciamo “Adesso ci do un’occhiata e mi faccio un’idea”. L’idea è qualcosa di concreto.

Se non siamo ancora convinti, passiamo all’etimologia del sostantivo pensiero. Deriva dal latino pensum, ovvero il peso (il quantitativo) di lana giornaliero che veniva affidato alle schiave per la tessitura.

Riflettiamoci ancora una volta. Anche in lingua corrente si parla di “ponderare” o di “soppesare” una eventuale decisione. L’atto della misura, che è un atto pratico, diventa solo successivamente un attributo volatile della nostra mente.

Ma tutto ciò è ovvio. Ormai siamo abituati a ragionare per astratti, poiché il virtuale consente di generare un prodotto immateriale da una fonte altrettanto immateriale. Ma così non era, quando le parole che abbiamo appena visto furono inventate.

Fra le altre cose, la concezione di idea come entità sovrasensibile, ovvero finalmente distaccata da quell’idein che la inchioda alla realtà dei sensi, se la inventa Platone per definire l’essenza immutabile del mondo. Ma della concezione platonica riparleremo magari più avanti.

E ora veniamo all’origine del sostantivo mente. L’affinità più lontana è da ricercarsi nel verbo latino meminisse: ricordare.

Ecco che allora capiamo finalmente che cosa sia la mente. In prima battuta, essa non è affatto questa nostra soggettività che crea idee o si forma dei pensieri.
Prima di poter pensare, la nostra soggettività deve sapere di esserci. Ovvero, per poter avere una mente, e dunque per poter essere dei soggetti pensanti, dobbiamo aver ricordato qualcosa.

Già Borges lo evidenziava molto bene: se ogni prodotto della mente fosse indipendente l’uno dall’altro, cioè se non vi fosse alcun rapporto di compartecipazione fra distinti atti creativi, allora semplicemente ogni atto si verificherebbe come fosse ogni volta il primo. E noi non percepiremmo affatto la nostra esistenza.

Senza memoria insomma, non ci staccheremmo da quello sfondo immutabile del quale tanto a lungo abbiamo parlato.

Ma il tutto non finisce qui. Mente è anche un participio presente: è un sostantivo di derivazione verbale, che indica una azione perenne. Infatti non si dice mai “usa la mente”, perché sarebbe una contraddizione in termini. La mente è sempre attiva: non è possibile non pensare. Si può però dire “usa il cervello”, cioè impiega tutto il potenziale biologico che hai a disposizione. Al massimo si può esclamare “sfrutta la tua mente”, cioè renditi conto di ciò che già agisce per natura.

Infine, buona parte degli avverbi derivati da aggettivi qualificativi si costruiscono attorno all’ablativo di mens, mentis (mente per l’appunto, in latino). Questo significa che, ad esempio, breve-mente vuol dire “con un impiego minimo della mente”, cioè spiegamelo in poche parole. E così via.

Una cosa mi vien da dire. Fra tutti i significati di un vocabolo, il senso originale è quasi sempre quello che maggiormente lo avvicina all’aspetto della realtà al quale vuol fare riferimento.

E la perdita del senso, è proprio ciò che ci allontana dal vero.

Simone

[Ho parlato di dimensione virtuale e di Jorge Luis Borges in questo articolo: 18. Specchi – Jorge Luis Borges]

Osservatorio etimologico: sguardo scopico e sguardo contemplativo

Forse non ce ne siamo mai resi conto, ma esistono due modalità attraverso le quali è possibile gettare un’occhiata attenta sul mondo.

σκοπεῖν (skopein) in greco, viene tradotto con il verbo osservare. Tuttavia, in italiano ci verrebbe più naturale associarci un altro verbo, ovvero scoprire. In effetti, se ci pensiamo un attimo, scoprire non vuol dire tanto trovare qualcosa di nuovo, ma piuttosto rivelare qualcosa che già c’era, ma era di difficile individuazione.

In senso scientifico, questa definizione calza molto bene. Uno scienziato non scopre qualcosa di nuovo, bensì osserva meglio ciò che già c’era prima. In sostanza, rivolge sul mondo uno sguardo indagatore, che agisce proprio in vista di uno scopo. Il telescopio è uno strumento che esiste per vedere meglio gli oggetti celesti lontani. Il microscopio per vedere gli oggetti fisici molto piccoli. Sono mezzi che esistono in funzione dell’obiettivo per il quale sono stati ideati.

Esiste poi un altro genere di sguardo, che nei fatti è privo di scopo.

Un greco avrebbe detto ὁράω (pronunciato horào): (io) vedo. Per arricchirne il significato, dovremmo utilizzare il verbo contemplare. Quando ci si perde nell’oggetto osservato, i presupposti dell’atto di osservare vengono meno. Ed è da qui che nasce il senso della meraviglia o del sublime.

Ancora una volta, abbiamo esempi molto classici. Un pan-orama, altro non è che uno sguardo gettato sul tutto. Uno sguardo che si perde nel tutto.
Un caso simpatico: il cartone animato Futurama, porta nel nome il significato di “sguardo gettato sul futuro”.

Ora, sebbene sia chiara l’importanza di entrambe le tipologie di sguardo, è altrettanto vero che quello contemplativo non sembra avere vita facile nel ventunesimo secolo.

Il verbo contemplare non si usa mai, se non per chiedere con sarcasmo “Stai contemplando qualcosa forse?”, della serie che ti dovresti pure dare una mossa.
In soldoni, la volontà di perdersi in qualcosa di inutile sta diventando inammissibile.

Lo sguardo scopico, per quanto fondamentale e imprescindibile in termini di progresso globale, non presuppone alcun tipo di piacere nell’atto di osservare. Esso vuole solo dissezionare l’oggetto guardato, per poi impostare un nuovo obiettivo a partire da quello appena enucleato.

Ne abbiamo già discusso parlando di Calvino: il mondo come mezzo, desidera da noi un’intenzione rivolta unicamente ad uno scopo che ne produca subito un altro.

Ecco che allora è necessario trovare un equilibrio: da un lato l’apparente necessità di porci innumerevoli obiettivi e dall’altro il gusto di vivere la vita che ci passa in mezzo.

Fra l’altro. Atto contemplativo non vuole dire farsi una bella gita con tanto di vista mozzafiato. Non è solo questo.
Si possono osservare i bambini rincorrersi, i passeri cavar su qualche briciola. Persino il traffico cittadino può offrire degli spunti di perdizione interessanti.

In un mondo ideale, dovrebbe inoltre esserci concesso di sperimentare la meraviglia mentre siamo addirittura nell’atto di perseguire uno scopo. In sostanza, quando stiamo lavorando.

In ogni caso, vivere ogni esperienza in funzione di un’altra esperienza non è sempre sano. Anche perché, prima o poi, ci capiterà di mancare qualche obiettivo. E sarà un bel guaio.

Simone

[Ho parlato di mezzi e di scopi, per la prima volta in questo articolo: Le città invisibili – L’illusione dei mille desideri]

Osservatorio etimologico: Desiderio

Notte stellata_VanGogh
De sterrennacht, Vincent van Gogh – 1889, Museum of Modern Art, New York

Mi sento quasi in dovere di aprire questa nuova avventura, dedicando la giusta attenzione alla parola più importante che fino ad oggi abbiamo incontrato in questo contenitore digitale.

Parliamo dunque del sostantivo desiderio.

Più volte ho speso ampie parole nel sottolineare come un desiderio sia davvero autentico, laddove abbracci un moto interiore molto vasto, che ho spesso definito come una tensione. Ebbene, questa descrizione non è proprio casuale e può essere spiegata attraverso l’origine latina del termine.

Desiderio è una parola composta: de (privativo) + sidera (stelle).

Letteralmente significa distogliere lo sguardo dagli astri celesti: far cadere lo sguardo dalle stelle.

In soccorso a questa affascinante definizione, giungono due fatti pratici.

Il primo lo conosciamo tutti. Durante la notte di San Lorenzo, la tradizione ci dice di osservare la caduta delle stelle in cielo. Qualora avessimo la fortuna di cogliere uno di questi eventi, avremmo la possibilità di esprimere un desiderio. Un desiderio segreto.

Ora, chiunque da bambino abbia guardato le stelle ogni estate, di certo non ha mai considerato l’idea di buttare uno dei suoi desideri su questioni bieche o banali. Della serie “Vorrei che mia mamma mi comprasse un gelato domani”, anche perché la mamma ce lo comprava comunque. Pertanto, quel desiderio era sempre molto importante per noi. Oserei dire, tanto importante da essere quasi irrealizzabile.

Ora però arriviamo alla storia vera, a partire dalla quale si è accresciuta la nostra tradizione.

I soldati romani, al termine della battaglia giornaliera, sostavano sul ciglio delle loro tende in attesa del rientro dei propri compagni. Dal momento che erano soliti attendere al di sotto della volta stellata, furono detti Desiderantes.

Allora da questi esempi emergono almeno un paio di considerazioni importanti.

In primo luogo, il desiderio indica uno scarto fra il piccolo uomo e l’immensità dell’universo: il de privativo ricolloca l’uomo nel ruolo minuto che gli compete, generando quella naturale sensazione di smarrimento.
L’uomo si sente un’inezia di fronte al tutto. Ed è proprio grazie a tale consapevolezza, che egli può permettersi di andare oltre.
In sostanza, sotto le stelle ci sentiamo finalmente pieni, poiché possiamo partecipare della grandezza del tutto.

Da questo senso di pienezza nascono però i primi problemi. Il desiderio infatti diventa questione di vita o di morte. Non dobbiamo pensare al desiderio come ad una scampagnata nel bosco.

La gente vive o la gente muore, e io non posso far altro che attendere? Tragico gioco.

Ebbene, il desiderio di ricongiungimento con l’intero dell’universo passa necessariamente attraverso la sofferenza di non poter riuscire nell’impresa.
Spiace dirlo, ma bisogna rendersene conto. Abbracciare un desiderio sincero, significa non vederne mai il compimento definitivo.

Tuttavia, almeno ci è concesso di essere sempre in viaggio.

In questo senso il desiderio è quel divenire che travolge se stesso al quale mai si dovrebbe rinunciare.

Simone