L’uomo e la storia – Il limite della contingenza

Leggendo Sapiens di Yuval Noah Harari – l’ho già citato in questo contenitore digitale, vi incollo in fondo al pezzo di oggi i precedenti articoli a riguardo – sono incappato in un chiarimento brillante di una mia vecchia riflessione.

Un po’ come quando hai in testa un ragionamento, e sai di averne afferrato i capi, ma hai bisogno che qualcun altro – con un linguaggio diverso dal tuo – lo stenda per bene, così da poterlo ripiegare e riporre nell’armadio dei tuoi pensieri.

Ecco la riflessione prende le mosse dall’idea che qualsiasi contingenza culturale sia un’invenzione: un puro artificio dell’immaginazione umana, volto solamente a far andare d’accordo i membri di una comunità. A farli coesistere in qualche modo.

Harari chiama queste contingenze storiche col nome di “ordini immaginari costituiti”.

Una qualsiasi cultura è un ordine poiché genera delle regole di convivenza, sulla base delle quali i diversi individui possono cooperare “ordinatamente” – nel rispetto reciproco, nella compostezza razionale – con l’obiettivo di prosperare. Tuttavia, questa cultura è immaginaria, nel senso che non esiste materialmente nel mondo, ma soprattutto non è eterna: essendo figlia del proprio tempo, può esser spazzata via da un nuovo ordine e del tutto dimenticata. E infatti arriviamo al terzo punto: questo ordine è costituito, nel senso che ci piove dall’alto. Potremmo dire che ci investa sul nascere, poiché nel momento nel quale veniamo alla luce siamo letteralmente travolti dalla contingenza culturale che domina il momento, come un sasso che si getti nell’onda.

Quest’ultimo è decisamente il punto cruciale. Proprio perché nascenti – nel senso di soggetti che appaiono ad un certo punto in un dato momento della storia – noi tutti siamo vittime di quel momento. Per noi il mondo è tutto ciò che ci viene offerto da quella contingenza lì, dall’insieme di vizi e virtù partoriti da quella cultura lì. Se ci pensiamo bene, questo non è un vantaggio. Non è un pregio del quale vantarsi. Per quanto sia necessario – nel senso che è inevitabile esser vittime della contingenza – esso risulta un limite. Una sorta di ottusità primordiale, inevitabile, la quale essendo strutturalmente parte della venuta al mondo, spesso ci rende ciechi alla sua esistenza. Ci illude che il mondo sia tutto ciò che noi vediamo, sentiamo, capiamo.

Dovremmo invece dire che la realtà è over-soggettiva: sta sempre oltre il limite della contingenza. Eppure allo stesso tempo, tutti quei valori che assumiamo veri e quei vizi che assumiamo falsi plasmano la nostra soggettività, strutturano inevitabilmente la nostra psiche. Ognuno di noi è ciò che è, poiché è frutto della sua contingenza.

In fondo non ci resta che vivere con l’onestà di questa consapevolezza.

[Ho parlato di Harari in questo articolo:
15. Homo – Yuval Noah Harari

Articoli correlati si trovano nella sezione “L’uomo e la storia”.]

Annunci

L’uomo e la storia – L’otturazione del tempo

Un aspetto fondamentale della nostra epoca è la pessima gestione del tempo.

Prendiamo ad esempio le civiltà arcaiche di raccoglitori-cacciatori: costoro si svegliavano la mattina, organizzavano assieme l’esplorazione del paesaggio alla ricerca di un sostentamento giornaliero e poi rincasavano. Il tempo quotidiano dedicato al lavoro era compreso fra le tre e le sei ore, e per quanto riguardava la caccia essa era necessaria un giorno su tre.

Che cosa facevano per il resto del tempo?

Lo passavano a discorrere con i propri compagni, a nutrire e ad allevare i propri figli.

Interessante notare un punto cruciale: il lavoro era funzionale alla sopravvivenza. Gli utensili dei quali la Techne li aveva forniti, anch’essi utili ai fini della difesa e della caccia. Non v’era amore per l’eccedenza, non esistevano passioni per cose non naturali.

Con le svariate rivoluzioni industriali, la nostra vita si è riempita di piccole e inestricabili mansioni delle quali nemmeno lontanamente possiamo afferrare il senso profondo: pagare le bollette, versare le tasse, gestire l’inflazione, approfittare dei saldi.

Attività che ai nostri occhi paiono del tutto legittime, finché non ci poniamo la domanda più semplice.
Tutte queste azioni, in fondo, che cosa vogliono dire? Qual è il loro vero valore, in termini di accrescimento della qualità della nostra vita?

Nessuno lo sa. Si sa solo che un giorno il denaro è emerso come mezzo di scambio.
Ora, non è questo il contesto per discutere attorno alla storia delle valute, ma piuttosto il punto potrebbe essere un altro: quanto tempo investiamo in attività il cui valore sostanziale non siamo nemmeno in grado di mettere in discussione? Attività che svolgiamo senza domandarci nemmeno quale senso profondo rechino?

Il problema è che un significato genuino non è facilmente rintracciabile nelle azioni che abbiamo menzionato.

È chiaro che in questo scenario di totale inconsapevolezza nel quale viviamo, e al quale per una certa sanità mentale anche ci sottoponiamo, nei fatti finisce per otturare il nostro tempo.

Per un po’ di sicurezza insindacabile, abbiamo svenduto grosse quantità della nostra libertà quotidiana.

Ritornando quindi ai nostri antenati raccoglitori e cacciatori, si può fare un chiaro confronto fra il mondo naturale e il mondo artificiale: vivere in un mondo naturale significa affrontare le necessità, mentre vivere in un mondo artificiale significa creare necessità.

In un mondo naturale le necessità si incontrano, mentre in quello artificiale esse ci vengono presentate.

Un uomo sbattuto nel cuore della savana, prima o poi incontra un leone e deve farci i conti.
Un uomo che venga alla luce in pieno centro a Milano, di certo non corre il pericolo di incontrare un leone, visto che persino lo zoo è stato smantellato decenni fa. Ma stiamo pur certi che prima o poi qualcuno andrà a cercarlo per chiedergli di pagare le tasse.

È chiaramente complesso e probabilmente impossibile stabilire quali fra i due scenari sia auspicabile. Se sia insomma meglio sacrificare un po’ di libertà per ottenere una certa sicurezza, oppure se vivremmo meglio in ampi spazi di libertà dovendocela poi cavare da soli.

Di certo però, non si può negare come i primi esseri umani apparsi sulla Terra fossero totalmente padroni del loro tempo.

Simone

[Ho menzionato società di cacciatori-raccoglitori, in questo articolo: L’uomo e la storia – L’orizzonte delle possibilità]

L’uomo e la storia – L’orizzonte delle possibilità

In quell’arco di tempo che va da circa 70000 fino a circa 12000 anni fa, la storia umana prende il nome di Età della Pietra.

Di per sé, la terminologia sarebbe scorretta, poiché gli utensili dei quali si servirono i nostri antenati Sapiens erano, per lo più, fatti di legno.
In ogni caso, l’Età della Pietra rappresenta il periodo più lungo della nostra storia e vede come protagonisti esseri umani raccoglitori e cacciatori.

Che cosa sappiamo di queste civiltà primordiali?

Difficile fornire una risposta soddisfacente alla luce del vasto orizzonte delle possibilità. Dobbiamo immaginarci che la Rivoluzione Cognitiva abbia colpito la nostra specie quando questa era ancora poco numerosa, e a causa delle notevoli migrazioni, ben distribuita sul suolo terrestre. Possiamo quindi immaginare l’esistenza di numerose popolazioni in stato di isolamento, le quali probabilmente svilupparono tendenze sociali di natura diversa.

Al giorno d’oggi, un concetto come quello dell’orizzonte delle possibilità ci suona forse un po’ strano, date le elevate capacità di mescolanza e fluidità culturali, che garantiscono un’estesa diffusione (almeno sulla carta) di tutte le varietà antropologiche. Questo dovrebbe essere il sogno della globalizzazione.

Un tempo, si poteva forse parlare di culture locali e di rari incontri fra popolazioni distinte, sebbene è probabile che i nostri antenati si spostassero parecchio. Il nomadismo era comunque circoscritto alle limitazioni di uno spostamento bipede.

Dovremmo quindi immaginarci quella manciata di milioni di uomini suddivisi in elevate etnie, ognuna delle quali dotata di un linguaggio proprio. È assai probabile che quindi, contro intuitivamente, le diverse distinzioni culturali che possiamo apprezzare ancora oggi, seppur attraverso millenni di modificazioni, non abbiano avuto tutte origine da una miscela culturale comune. È invece plausibile che nel tempo, grazie all’estensione delle reti sociali e a un lento processo di globalizzazione, a partire da frammentarie e isolate realtà, siano emersi mondi culturali più estesi e fluidi.

Come emersero culture così differenti rimane un quesito affascinante. È possibile che in principio il rapporto uomo-natura abbia giocato un ruolo decisivo. È risaputo che il deserto del Kalahari in Africa meridionale abbia proprietà geologiche e meteorologiche non paragonabili a quelle delle aree fertili dello Yangtze in Cina.
E citando più volte le dinastie matriarcali e patriarcali ci siamo resi conto di come i comportamenti del cosmo abbiano forgiato quel senso culturale umano di appartenenza ai meccanismi ciclici.

Tuttavia, in carenza di reperti lignei databili, i quali si conservano con efficacia solo in specifiche condizioni, e in assenza di segni civici tipici di società stanziali, organizzate in villaggi o in città, risulta complesso strutturare un periodo della nostra storia che fu probabilmente fra i più ricchi di molteplicità.

Simone

[Ho parlato di ciclicità naturale in questo articolo: Il tempo ciclico – Dea Madre]

L’uomo e la storia – L’Astratto come oggetto

Con la Rivoluzione Cognitiva, Homo sapiens poté dunque imparare la nobile arte dell’astrazione.

Ma ciò che noi oggi intendiamo con questo termine, coincide davvero con l’abilità che svilupparono i nostri antenati decine di migliaia di anni fa?

Astrarre deriva dal latino abstrahere, che significa “trarre da”. L’etimologia di questo verbo è fondamentale per descriverne il suo significato originario: prendere un determinato aspetto di un oggetto concreto e isolarlo tramite l’intelletto da tutti gli altri aspetti.
In principio, questo è ciò a cui poterono aspirare i primi Sapiens.

Tuttavia, questo genere di definizione è manchevole rispetto al concetto di astrazione che maneggiamo noi oggi. Infatti, laddove il semplice “trarre da” implica che l’aspetto tirato fuori dall’oggetto concreto (astratto appunto) faccia ancora parte di quell’oggetto, per noi l’Astratto è divenuto esso stesso un oggetto.

L’Astratto non è più dunque una semplice proprietà ancorata al suo oggetto concreto. Al contrario, l’oggetto concreto può tranquillamente non esistere più.

Mentre in origine per i Sapiens esisteva solo l’astratto dell’albero, della gazzella o del leone, l’uomo moderno può parlare di religione, di diritto o di letteratura senza doversi ogni volta ricordare che essi non esistono.
O meglio ancora: noi basiamo la nostra vita sull’esistenza di tali invenzioni.

Paradossalmente, per noi è più adeguata una conversazione sui diritti umani che non sulla tigre.

Questo significa che se la natura avesse una coscienza, se la natura potesse parlare, i principali riferimenti umani le sarebbero incomprensibili.
In questo senso l’uomo non è più davvero naturale, poiché ciò che lo fa esser vivo, ciò che lo riempie ogni giorno, è qualcosa che non deriva affatto dalla sua origine cosmica.

In definitiva, l’astratto per l’astratto ha soppiantato il concreto per l’astratto.

E in questa direzione, è innegabile quanto la componente immateriale della nostra Verità stia divenendo sempre più dominante. Dal numero sempre più esiguo di oggetti concreti dei quali disponiamo, emerge una quantità sempre più esorbitante di fenomeni astratti.

Senza andare troppo lontano, quando discorriamo attorno a concetti quali azienda e società, ci riferiamo a realtà immaginarie come se fossero delle persone. Tuttavia, nei fatti esse son ben lontane dall’essere naturali, poiché mancano di caducità.
Gli impiegati vanno e vengono, i proprietari si susseguono nel tempo, ma l’azienda perdura. Persino quando va incontro a fallimento, il nome può essere riesumato e l’azienda resuscitata.

Possiamo allora dire che l’uomo civile ha a che fare con oggetti eterni, le cui regole d’esistenza non rientrano più nel tempo ciclico della natura.

Siamo dunque di fronte a quel passaggio cruciale che sancisce in definitiva la separazione dell’uomo civile dalla natura selvaggia.

Simone

[Ho parlato per la prima volta di astrazione in questo articolo: L’uomo e la storia – La nascita dell’astrazione

Ho parlato di tempo ciclico in questo articolo: Il tempo ciclico – Dea Madre]

L’uomo e la storia – La nascita dell’astrazione

Il nostro racconto si era fermato a circa 70000 anni fa. Epoca che appunto segna una svolta decisiva per Homo sapiens.

Infatti, nell’arco dei successivi 40000 anni, egli si dimostrerà in grado di produrre un gran numero di strumenti: imbarcazioni, lampade, armi. Persino le prime forme d’arte e di religione vedono la luce in questo periodo, decisamente prolifico in termini creativi.

Gli storici sono concordi nel definire Rivoluzione Cognitiva questo lasso di tempo.

Per poter allora realizzare un avanzamento culturale del genere, l’umanità deve aver acquisito un tratto cognitivo esclusivo della propria specie.

A questo punto, non stiamo più parlando del puro linguaggio in sé. Anche gli animali dialogano fra loro.
Dobbiamo fare un passo ulteriore, e considerare la qualità di questa comunicazione intraspecifica: quella fra esseri umani è identica a quella fra animali?

Potremmo dire che la comunicazione animale si basa prevalentemente sul meccanismo d’avvertimento: una gazzella percepisce l’arrivo di una leonessa, e immediatamente comunica il messaggio al gruppo ristretto di membri del suo branco.
Di certo, questo è un buon sistema per veicolare un’informazione, il quale però è limitato a due aspetti: da un lato non è in grado di trattenere l’informazione che vuol trasmettere, e dall’altro la può comunicare solo ai presenti.
In altre parole, la comunicazione è limitata alla contingenza. Dopo di che va perduta, non vi è modo di conservarla nel tempo e nello spazio.

Affinché il messaggio divenga eterno (esca appunto da quella contingenza temporale), sono allora necessari altri due passaggi cognitivi: la capacità di ricordare e la capacità di astrarre.

Sulla prima abilità abbiamo già discusso ampiamente, sottolineando come la coscienza di sé, si fondi sul ricordo di sé. Senza memoria non possiamo esser presenti a noi stessi.
Pertanto, con il ricordo possiamo rendere il contenuto di un’informazione duraturo nel tempo.

Rimane però il problema del come diffondere il messaggio al di fuori del contesto: ossia in quella dimensione che supera la compresenza fisica delle gazzelle e della loro percezione della minaccia.
In sostanza: come fare a tramandare ai non-presenti il messaggio?
Risposte a questa domanda sono di certo state la chiave del successo della nostra cultura.

Bisogna saper parlare delle cose che non esistono. O ancor meglio: a partire dalle cose contingenti, quelle che ci pervengono ai sensi mediante l’esperienza (come la scena di caccia che abbiamo descritto), bisogna risalire ad un concetto generale, che sia riproducibile (sempre mediante la parola) a voce. Cosicché un soggetto non presente alla scena, udendone il racconto, possa comunque capire. Se ne possa fare un’idea.
Siamo dunque caduti all’interno della pura astrazione.

Capiamo bene che un’abilità di questo livello, consente di valicare le ristrettezze comunicative di quella contingenza che di per sé, può solo limitarsi ai singoli specifici eventi.

La strutturazione degli uomini in civiltà ha origine sopratutto da qui.

Simone

[Ho parlato del rapporto fra ricordo e coscienza di sé, in questo articolo: Osservatorio etimologico: Idea, Pensiero e Mente]

L’uomo e la storia – La nascita del linguaggio

Al di là di come i fatti si siano effettivamente verificati da un punto di vista evolutivo, la domanda che a tutti gli effetti sorge spontanea, è la seguente: ma che cosa ha permesso all’umanità di garantirsi un tale successo sulla Terra?

Il linguaggio. Ma con una fondamentale precisazione.

Siamo infatti abituati a considerare il linguaggio, quale strumento nelle mani dell’uomo. Più parole introduco nella mia mente, maggiore è la possibilità che ho di conoscere il mondo, e magari di dialogare in maniera costruttiva con i miei simili. L’uomo che crea volontariamente il linguaggio.
Tuttavia, questo modo di veder le cose, non è che sia davvero così corretto.

E qui dobbiamo veramente compiere uno sforzo di massima concentrazione.

Non è l’uomo a creare il linguaggio, bensì è grazie al linguaggio che l’uomo può emergere.

Proviamo ad ipotizzare di essere il primo ominide a riconoscere il linguaggio come tale. Il primo a scoprire il linguaggio.
Io (ominide), in principio non so di esserci. Sono ancora parte di quello sfondo eterno che è la natura. Poi all’improvviso accade che io emetta un suono. Durante l’emissione del suono da parte della mia bocca, io sto ufficialmente pronunciando la prima parola della storia dell’umanità.

Ho dunque creato un linguaggio? Ovviamente no, perché se il fenomeno terminasse qui, io non avrei mai coscienza di ciò che ho fatto.

Eppure, il suono ritorna alle mie orecchie e assume senso. Presa di coscienza: straordinario, finalmente esisto.

È dunque la parola, o comunque la si voglia chiamare, a tirarmi fuori dalla mia eternità. Sono chiamato fuori in quanto strumento nelle mani di un linguaggio che mi fa finalmente esistere.

Se non ci fossimo ancora convinti, basta pensare ai bambini. Hanno bisogno del linguaggio per prendere coscienza della loro differenza dall’Altro.

Infatti da piccoli sono molto confusi. Quando parlano in terza persona di se stessi, della serie “Simone mangia il gelato” invece di “Io mangio il gelato”, è perché cominciano a capire che Simone esiste, ma non sanno bene chi Simone sia. E ciò è anche dovuto al fatto che i genitori stessi gli parlano in terza persona, perché sanno che all’inizio il bambino deve capire chi siano mamma e papà. Cioè che cosa si intenda per mamma e che cosa per papà.

E ancora. Da dove crediamo che ci sia giunta la brillante idea di pronunciare dei suoni? Ovviamente dalla natura, la quale è assai rumorosa. Probabilmente quel famoso primo ominide deve aver udito un certo suono e aver poi tentato di riprodurlo.

Tutto questo per arrivare ad una drammatica consapevolezza. Se è il linguaggio a fare noi e non il contrario, significa che noi siamo sottesi al linguaggio.

In altre parole, il linguaggio è il nostro limite.

La conoscenza umana rientra nel limite dei discorsi. Che io sia un letterato, un fisico, un biologo o un matematico, per spiegarmi devo fare un discorso. E la verità del mio discorso, può essere contestata solo attraverso un altro discorso. Non abbiamo cioè un modo per indagare l’essenza stessa del linguaggio. Non sappiamo se il linguaggio (in quanto strumento) porti a verità.

In soldoni, la verità del linguaggio non può essere oggetto di domanda, poiché tertium non datur. Siamo dunque di fronte a quella che i greci chiamano ἀπορία (aporìa), ovvero un problema irrisolvibile. A meno che non si accetti l’esistenza di Dio, ovvero di una parte esterna alla natura umana. Esistenza che comunque apre ben altre questioni di conoscenza, fra le quali da dove Dio salti fuori. E poi nominare lo stesso Dio lo fa inevitabilmente ricadere nei limiti di un discorso.

Ora ritorniamo un attimo alla nuova asserzione: è il linguaggio a fare l’uomo e non il contrario.
Da ciò deriva che l’inizio della τέχνη (Techne, ovvero della tecnica) coincide proprio con la scoperta del linguaggio da parte dell’uomo.

È quindi importante considerare qualunque discorso sul rapporto uomo-macchina (di cui ci occuperemo), assumendo che esista l’uomo solo laddove esiste la tecnica. Non il contrario.

Simone

L’uomo e la storia – Siamo anche neanderthaliani

Per quasi due milioni di anni, il paesaggio mondiale ha ospitato contemporaneamente numerose specie umane.

Non è forse straordinario?
Straordinario considerare l’ipotesi che i nostri sapiens abbiano interagito con altri esponenti del genere Homo.

In effetti, circa 70000 anni fa i sapiens valicarono i confini continentali africani e si diffusero nelle regioni indo-europee, già previamente popolate da altre specie umane. Una fra tutte, Homo neanderthaliensis.

A questo punto sorgono diversi scenari.

C’è chi sostiene che i sapiens abbiano avuto la meglio: geneticamente favoriti, avrebbero completamente soppiantato le altre specie in tutti i territori del globo terrestre.

Al contrario, qualcuno sostiene che popolazioni di specie diverse si sarebbero fuse, poiché in grado di generare prole fertile. In questo caso, sarebbe forse improprio definire i vari sapiens, neanderthalensis e così via come appartenenti a specie distinte: dovremmo semplicemente parlare di varietà facenti parte di una comune specie.

Nondimeno, sulla base della seconda ipotesi noi contemporanei saremmo il frutto della fusione di più sottospecie umane mai apparse sulla Terra.

Ora, come sempre in biologia la verità sta probabilmente nel mezzo. Nell’ultima decina d’anni, alcuni studi hanno permesso di confrontare il nostro genoma con quello di alcune di queste altre ‘specie’ ormai estinte di umani.

Per citare un esempio, risultati di alcuni studi suggeriscono che nel DNA di Homo sapiens, in realtà risiederebbe una piccola percentuale di DNA neanderthaliano.

Dunque, se queste ricerche saranno supportate da ulteriori evidenze, si potrà sul serio parlare di sporadici eventi di ibridazione. È probabile che, al momento del loro incontro, i Sapiens e i Neanderthal non differissero a sufficienza da impedire accoppiamenti fertili.

Dovremmo quindi smetterla di fare le cose che seguono.

Raffigurare queste altre popolazioni umane come profondamente rozze e scimmiesche, perché non erano così diverse dai nostri antenati. Ci assomigliavano a tal punto da poterci apprezzare. E la cosa era ricambiata.

Infatti questa gente qua ammetteva l’incontro con l’Altro. Un Altro sul serio diverso. Chissà cosa accadde quando si avvistarono per la prima volta.

E poi: per potersi riprodurre, avranno pur dovuto imparare l’uno il linguaggio dell’altro.

E tanto per la cronaca: i Neanderthal si prendevano cura dei disabili. Soccorrevano gli infermi.

Pare davvero che quei 70000 anni siano passati.

Simone

[Per seguire l’intero itinerario, rifarsi alla sezione “L’uomo e la storia”.
Per leggere la tappa evolutiva precedente, andare qui: 15. Homo – Yuval Noah Harari]



15. Homo – Yuval Noah Harari

bty

“Circa 13,5 miliardi di anni fa, materia, energia, tempo e spazio scaturirono da quello che è noto come Big Bang. La storia di queste caratteristiche fondamentali del nostro universo si chiama fisica.
Circa 300000 anni dopo la loro comparsa, materia ed energia cominciarono a fondersi in complesse strutture chiamate atomi, che poi si combinarono a formare le molecole. La storia degli atomi, delle molecole e delle loro interazioni si chiama chimica.
Circa 3 miliardi e 800 milioni di anni fa, su un pianeta chiamato Terra, certe molecole si combinarono venendo a formare strutture particolarmente articolate e complesse chiamate organismi. La storia degli organismi si chiama biologia.
Circa 70000 anni fa, gli organismi appartenenti alla specie Homo sapiens cominciarono a formare strutture ancora più elaborate chiamate culture. Il successivo sviluppo di queste culture umane è chiamato storia.”
[Sapiens – Da animali a dèi, Yuval Noah Harari]

L’umanità ha sempre avuto la pretesa di ricostruire la sua storia come una linea di eventi susseguitisi uno dopo l’altro.

Questa visione è tanto ambiziosa quanto fallimentare.

Se da un lato sappiamo fin troppo bene quanto la realtà sia complessa, dall’altro cerchiamo comunque di approcciarla attraverso modelli generali che possano descriverne alcuni aspetti.

Pertanto è chiaro che per conoscere (seppur poco), è necessario semplificare.

Tuttavia, gettando uno sguardo piuttosto lungo sulla storia dell’umanità, oggi possiamo renderci conto che alcune convenzioni adottate dalla tradizione nei secoli, non quadrano davvero più alla luce dei fatti.

Ad esempio, la famosa linea evolutiva del genere Homo. Questa fantomatica discendenza di specie che si sarebbero susseguite una dopo l’altra sulla faccia della Terra: non è affatto vero.

A scuola impariamo che prima ci fu Homo erectus, poi da esso derivò neanderthalensis e via dicendo.

La verità è che diverse specie del genere Homo presero vita a partire da un antenato africano comune: Australopithecus. Questo appellativo significa che proveniva dal sud, ovvero dall’emisfero australe. È importante ricordarlo, perché alcuni dei suoi esemplari decisero poi di migrare verso nord, popolando Europa ed Asia e dando origine a numerose di quelle specie che siamo abituati a disporre sulla nostra freccia del tempo.

Giusto per avere un’idea: l’esodo dal continente africano ebbe inizio circa due milioni di anni fa. Ad esempio, in Europa e in Asia occidentale si evolse quindi l’Uomo di Neanderthal, mentre in Asia orientale l’Homo erectus. E questo solo per menzionarne un paio.

Nel frattempo, dalle popolazioni ancora stanziate in Africa orientale derivò quell’Uomo sapiens molto simile a come siamo noi oggi. Si parla di circa 150000 anni fa.

Ma molte delle altre specie umane sopravvissero fino a circa 10000 anni fa.

Che cosa significa questo?

Grazie a qualche conto elementare, capiamo bene che il periodo di storia che abbiamo diviso con altre specie umane, è circa 15 volte più lungo della nostra attuale ascesa a solitari dominatori dell’universo.

In altre parole, la storia dell’umanità fino ad oggi, per lo più ci racconta di un cammino condiviso.

Ritornando adesso alla pretesa iniziale: ancora possiamo concederci di ridurre una fitta ragnatela di eventi ad un semplice inanellamento di punti?

Qualunque teoria, qualsiasi modello, per quanto eleganti e logici possano apparirci, hanno il solo scopo di raccontare la realtà.

Evitiamo allora l’errore di impiegare la realtà per descrivere una teoria oppure un modello ai quali affezionarsi.

Simone

[Per trattare del rapporto fra l’uomo e la storia, un testo di riferimento è Sapiens – Da animali a dèi di Yuval Noah Harari, Bompiani. Tuttavia le fonti si riveleranno di certo molteplici.]

Per formarsi un’idea un po’ più articolata rispetto al concetto di evoluzione in generale e magari anche di evoluzione umana, consiglio le seguenti visioni: