Il sole esiste per tutti – Tiziano Ferro

Finalmente qualcuno decide di sfidare le parole consuete di gucciniana memoria.
Cosa significa valicare la soglia del preconcetto, superare l’impatto della prima impressione?

Significa accedere all’inferno dei viventi. Dietro al gesto da nulla, dietro a un muro di apparente insignificanza e di quieto e ripetitivo vivere, c’è un mostruoso fuoco che s’agita e che si scuote.

Allora l’inferno – del quale Calvino tra l’altro si serve per chiudere Le città invisibili – è quello dei vivi. E non bisogna intenderlo in chiave dantesca,  come luogo di dannazione eterna. Altrimenti l’esistenza sarebbe pura perdizione fatta dimensione irrecuperabile.
Bisogna invece avere il coraggio di vedere la vita come un mostro che si cela: il ribollire di una viva esistenza trapunta di difficoltà, insicurezze, indecisioni, scelte insondabili, oscure rassegnazioni, intere esistenze che si nascondono ai nostri occhi.

Questo è l’inferno: l’incomprensibile e inestricabile demone che ci abita e che ci fa sussultare e che ci fa destare la notte. Ma sempre lontano dagli altri, sempre inaccessibile agli altri, sempre celato entro dimore solitarie.

Vita non è il tutto bene, il come al solito, il nulla di nuovo sotto il sole.

E allora il solo scatenamento del demone nel mondo può davvero trasformare l’anonimo in soggetto. Da indefinibili ombre sbattute lungo i marciapiedi dell’esistenza, diveniamo protagonisti l’uno della storia dell’altro: vedere la vita dell’altro, cogliere la luce pulsante dell’altro.
Quel sole che pende inesorabilmente sulle nostre teste sta lì a ricordare che un’occasione per uscire allo scoperto è data a tutti. Accedere all’inferno degli altri significa persino poter toccare con mano la nuda vita fattasi pura morte, e sopportarne con coraggio l’autenticità della vista.

Con Calvino già lo abbiamo ricordato, ma è fondamentale ripeterlo. Bisogna interrompere quella catena che reitera la volontà del discorso: bisogna farsi soggetti di quel fuoco indomabile che bussa alle porte della consuetudine. E sprigionare i misteri, le bestie, i dolori e le morti.

Evadere dagli schemi.

[Ho parlato di parole consuete in questo articolo: Canzone delle domande consuete – Francesco Guccini

Ho parlato di reiterazione del discorso dominante in questo articolo: Le città invisibili – L’eterna riproposizione dello stesso

Per seguire le altre tappe musicali, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.]

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La piana dei cavalli bradi – Claudio Baglioni

Più volte abbiamo ripetuto come la sensibilità del poeta sia in grado di percepire la sofferenza delle cose del mondo, quel lirico catastrofismo per il quale l’equilibrio del reale potrebbe spezzarsi da un momento con l’altro.

Ma che cosa intendevamo dire con esattezza?

Non intendevamo dire che il mondo soffra sul serio. È chiaro che a modo loro animali e piante soffrono, ma come potrebbero soffrire le cose inanimate?
Quando Baglioni parla di “inutilità di foglie stupide e leggere”, pensa forse che le foglie siano dotate di pessima intelligenza? Ovviamente no.

E qua arriviamo già ad una questione fondamentale. Sentire la sofferenza delle cose del mondo, significa in realtà umanizzare il mondo. Detto meglio: lo scrittore usa il mondo come matrice per il proprio animo.

E se ci pensiamo un attimo, questo rovesciamento della propria dimensione intima sul mondo, è qualcosa che a tutti capita di fare.
Quando siamo afflitti da un dolore irrinunciabile, il nostro giudizio sul mondo cambia. Ad esempio, ci sembra che nulla nel mondo valga la pena di esistere. Appunto che la presenza stessa delle cose sia in realtà inutile.

Ma è evidente che a perdere di senso non è mai la realtà, la quale possiede una veridicità intrinseca che ci è purtroppo preclusa (come abbiamo già ribadito poco tempo fa). Siamo noi, che smarrendo il senso, riversiamo quella condizione sul mondo. In un certo qual mondo chiediamo agli altri elementi della realtà di patire con noi, e nella condivisione del patimento, di non abbandonarci in una solitaria disperazione.

Il problema è che il mondo resta muto di fronte a questa nostra richiesta: l’umanizzazione del mondo è pur sempre una proiezione fittizia del nostro animo sulle cose. Ma le cose sono morte, sono umanamente inerti.
Questo è il motivo per il quale, poeticamente parlando, la natura (intesa in senso ampio come l’universo sul quale poggiamo) è matrigna. La natura non può capire, anzi decide di rimanere silente davanti alla sofferenza dell’uomo.

E ancora una volta, se l’universo tutto potesse parlare, ci direbbe che il mondo umano è una minima parte dell’intero, che il linguaggio non umano è invece la massima parte, e che dunque l’uomo è solo cieco e presuntuoso.

Ma ritornando al linguaggio poetico: nel dolore di un abbandono, nello sforzo di trascinarci oltre il peso morto di una lacerazione violenta e invalidante, il mondo ci guarda e rimane dov’è. Quel “vento di girandole in mezzo alle immondizie”, quei “tavoli di avanzi” e persino il “fiammingo sole” rimangono indifferenti. Non vacillano al nostro vacillare. Rimangono in ordine, stanno a guardare.

E da una condizione del genere non possiamo desiderare altro che fuggire.

[Ho parlato del concetto di sofferenza del mondo in questo articolo: 16. Che cosa i poeti vedono – Il tragico

Ho parlato di veridicità intrinseca al mondo in questo articolo: Il mondo è apparizione oppure ricomparsa?

Per una lettura delle altre tappe attraverso brani musicali, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.]

La vita è adesso – Claudio Baglioni

Tante parole sono state spese sul come una vita debba essere vissuta. Se sia bene pensare al futuro e organizzare gli spostamenti e le grande avventure di un’esistenza, avendo magari il buon senso di mirare lontano, oppure se sia meglio guardare al presente, e vivere insomma alla giornata, cercando di recuperare in ogni istante il vero senso.

Riflettendo su queste due concezioni in modo maturo, ci si rende in fretta conto di come nessuna delle due rechi in sé una verità soddisfacente. E queste modalità dicotomiche di guardare al mondo, manco tutto dovesse essere nero oppure bianco, di certo non aiutano ad avvicinare la verità.

La vita è adesso, affermazione poi irriguardosamente riciclata in slogal della serie “Life is now”, detta così non ci permette affatto di illuminare una strada sensata.

Bisogna allora provare a ripescare l’originario senso di questo brano, provando ad andare a fondo della domanda: cosa vuol dire che la vita accade adesso?

L’accadere della vita in un certo istante di tempo, in primo luogo determina la co-esistenza, ossia il verificarsi contemporaneo di un numero variegato di situazioni.
Ad esempio: quante volte accade di allacciarsi le stringhe di una scarpa? Innumerevoli volte, e sempre alla stessa maniera, bene o male.
Eppure oggi, mentre mi allaccio la stringa di una scarpa in mezzo al corridoio della mia scuola, viene eletto il quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti d’America. E domani, quando sarò piegato al bordo del mio letto per riallacciarla nuovamente, un astrofisico avrà scoperto una nuova stella.

Avvenimenti straordinari si fondono quotidianamente a procedure consuete, per lo più di minimo conto. Laddove per un determinato individuo quell’istante di tempo va perduto in azioni ripetitive, per le dinamiche del mondo esso si arricchisce ogni volta di nuovi memorabili appuntamenti.

Un primo insegnamento allora: l’adesso è sempre un appuntamento per il mondo. Laddove all’interno delle nostre esistenze individuali si verificano piccole dinamiche inconsistenti, allo stesso tempo, da qualche altra parte nel mondo qualcuno sta incontrando qualcosa di grande. Talvolta, basterebbe davvero fermarsi a riflettere su quali enormi spostamenti si stiano verificando sulla Terra, mentre noi ci dedichiamo svogliatamente alle nostre scarpe. Questo già basterebbe ad illuminare la portata del nostro atto quotidiano, e a farci percepire la grandezza dell’istante.

Eppure, quanto detto finora chiaramente non ci basta.

Dobbiamo infatti convincerci anche del fatto che l’accadere della vita ci determini in ogni momento in qualità di individui.

Se desideriamo insomma arrivare a poter afferrare quel senso di compiutezza, quella visione d’insieme che ci permetta sul serio di intravvedere un senso di riempimento finale della nostra vita, dobbiamo fare in modo che ogni istante valga per sé medesimo.
In altre parole, quel senso di compimento deve anche includere una concezione di vita come di intero.

Dare un significato pieno ad ogni istante della nostra vita, significa viverla secondo tutte le sue possibilità. O in altre parole, percepire appunto la totalità nell’uno, come se il senso globale della nostra vita potesse crollare da un momento con l’altro, qualora non venisse ricapitolato da ogni attimo concretamente vissuto.

E questo forse è uno dei paradossi più grandi del nostro tempo.

Ogni giorno ci convinciamo del fatto che sia sufficiente porre degli obiettivi a medio e a lungo termine, per avere una genuina visione d’insieme. E tuttavia, al contempo ci dimentichiamo di vivere la vita che passa fra un obiettivo e l’altro, finendo infatti per sacrificare molteplici istanti in funzione di assurde chimere.

Questo meccanismo di frammentazione del nostro tempo interiore è proprio ciò che, a lungo andare, arriva ad uccidere il gusto di esserci.

Baglioni allora ci rammenta l’importanza del donare uno sguardo ai tavolini all’aperto, e di provare a indovinare che fine faranno quei rivoli di pioggia.

Simone

[Ho parlato di visione a lungo termine in questo articolo: Combattere la frammentazione – L’idea di Compimento

Per seguire il percorso attraverso i brani musicali, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.]

Canzone delle domande consuete – Francesco Guccini

Quella delle domande consuete è una riflessione sulla quale forse non abbiamo mai posato grande attenzione, sebbene meriti un rigoroso approfondimento.

Proviamo un attimo ad essere sinceri con noi stessi: quando incrociamo un condomino del nostro palazzo in cortile oppure un conoscente di vecchia data, e dopo due battute gli rivolgiamo la fatidica domanda “Ma allora, come va la vita?”, quale tipo di risposta ci aspettiamo davvero di ricevere?

Ci aspettiamo forse che l’altro sia sincero fino in fondo?

Se così fosse, allora non aspetteremmo con apprensione quel classico “Tutto bene, grazie”, per poi potercene andare per i fatti nostri.

Perché in piena lealtà, sappiamo bene come quella risposta sia vuota di significato. È impossibile che tutto vada bene nella vita. Eppure, qualora udissimo quell’altro dire “Ma guarda, in verità non è che me la passi un gran che bene”, cominceremmo subito a guardare l’orologio, pensando che forse avremmo fatto meglio a starcene per i fatti i nostri.

Bene, questo ci dice come le domande consuete siano in realtà Le Domande: sono quelle che denunciano la caduta di senso in un rapporto fra le persone. Domande oltre le quali vi può essere il Tutto oppure il Nulla di ciò che l’altro vive, contenuti che riposano nella costante indecisione di rimanersene nel loro cantuccio oppure salire bene a galla.

Le domande consuete sono le più difficili da affrontare, poiché richiedono risposte non consuete.

Ecco, il desiderio malcelato dei nostri tempi è invece quello di scambiarsi mossettine di cortesia, giusto per dimostrare a noi stessi di aver fatto lo sforzo, quando invece avremmo potuto tirar dritto e non salutare nemmeno.
Se volessimo dunque provare almeno un minimo a virare di rotta, potremmo domandarci: come possiamo riesumare il senso delle domande consuete? Quando le domande consuete prendono davvero forma?

Dobbiamo disattendere le aspettative. Dobbiamo sfidare il tranello che la domanda ci gioca nel suo tentativo di tenerci perennemente sulla soglia di casa: entrare o non entrare?
Perdere o non perdere tempo con una persona?

Se facciamo lo sforzo di trattenerci, di non voler fuggire costantemente, di non volerci sottrarre all’apertura con l’altro, allora forse possiamo intuire qualcosa di nuovo.
La meraviglia di varcare il limite della distanza formale ha il potere di stravolgere il mondo, di invertire le stagioni e di dare al giorno il buio della notte.

In fondo, voler capire l’altro significa sfidare in continuazione la compostezza di una risposta, la placidità del morto, la sicurezza del vissero felici e contenti. Nel segreto della reale appartenenza reciproca ricade l’intero stravolgimento dell’ordine cosmico, persino la perdita di percezione di ciò che è reale.
Solo in questa dimensione è lecito mettere in dubbio persino la nostra stessa presenza: quando l’altro mi domanda, io sono davvero qui ad ascoltare? E ciò che risuona nei miei timpani, risuona davvero?

Lo stupore rinasce nella verità dell’altro, facendoci domandare se tutto questo stia davvero accadendo.

La domanda consueta è infatti quella che ci consente di non dare l’altro per scontato: perché quando smettiamo di chiedere, il mondo scompare.

Simone

[Per seguire l’itinerario musicale, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.]

Hangar – Claudio Baglioni

Che cosa significa serbare un segreto?

Un uomo leale, un uomo che sia in grado di guardare in faccia il suo desiderio di realizzazione, non può peccare di codardia.

Ne abbiamo già parlato citando Rilke: il timore di donarsi all’altro nella nostra interezza, implica il rischio di non saper poi rientrare in noi stessi. Questo è il grande pericolo del dono amoroso.

Eppure, nel gioco della vita ci si deve in qualche modo buttare.
In questa direzione, Baglioni pone una distanza temporale fra il momento della consapevolezza e quello dell’intrepidezza.

C’è una prima fase della vita, una forma di inatteso risveglio, in corrispondenza della quale l’individuo svolta. Egli si accorge di quel sogno che vorrebbe inseguire e decide di impiegare tutti i suoi sforzi per raggiungerlo.
È chiaro però come la concretezza del sogno sia ancora ben lontana: è cioè necessario un secondo momento di lunga attesa e di preparazione, in vista dello sprigionamento della propria vocazione.

E qui ci corre in aiuto l’immagine dell’hangar: esso è luogo di sosta e di quiete, di riposo dallo sferzante rombare dei motori. È dove tutto tace.
Questa forma di ritiro dalla caoticità del mondo non deve però essere intesa quale tentativo di sottrarsi con passività: della serie che ci rifugeremmo nel silenzio del nulla per non affrontare le difficoltà dell’esistenza.
Piuttosto, questo atto di separazione vuole creare una conca di febbricitante immobilità: ci si deve ritirare in quel luogo interiore dove tutto ribolle, mentre il nostro corpo freme ma ancora non si muove.
Questa è la fase creativa della vita, quella che serve per agganciare l’obiettivo, ossia per ideare il compimento del nostro desiderio.

E allora, in questa impazienza dell’anima, abitare un hangar significa fare i conti con la propria irrequietudine, con la propria nevrosi, con quell’incapacità di vivere in assenza del potere tuonante del sogno. Solo in un hangar, può azionarsi quella tensione realizzatrice che travolge se stessa e riempie la nostra vita.

A questo punto però, il nostro cantautore romano compie un passo ulteriore, riuscendo a cogliere un terzo momento nella vita, quello del divorante sprigionamento del desiderio.

Dopo esserci ridestati in tenera età, dopo aver compiuto un cammino di consapevolezza e aver gelosamente serbato il nostro sogno, il sigillo di segretezza viene finalmente reciso.

E come inevitabili fauci di leone, la nostra vita finalmente si incendia di voracità.
Ci tende insomma quel suo agguato fatale.

Simone

[Per seguire l’itinerario attraverso i brani musicali, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.

Ho parlato delle cose d’amore, in questo articolo: Che cosa i poeti vedono – L’amor confuso

Ho parlato di desiderio in questo articolo: Osservatorio etimologico: Desiderio]

Il dono del cervo – Angelo Branduardi

L’approccio favolistico di Branduardi rischia spesso di trarre in inganno.

Della serie che si divertirebbe a raccontar storielle giusto per mettere in rima qualche bel verso sopra melodie favolose.
Chiaramente siamo del tutto fuori strada.

In primo luogo, bisogna riscoprire il segreto di far parlare esseri viventi che non siano umani. L’esercizio della personificazione, a maggior ragione in un brano musicale, è qualcosa di significativo.

Forse non ce lo siamo mai davvero chiesti, ma perché desideriamo far parlare gli animali?

C’è un’intera cinematografia infantile che poggia le sue radici proprio su rapporti di natura umana messi però in scena dagli animali. In ottica greca, questo genere di rappresentazioni avrebbe di certo fatto accapponare la pelle a chiunque, ma nel nostro mondo ha un valore sostanziale. Valore che purtroppo sta lentamente sparendo, visto il declino progressivo dei cartoni animati favolistici.

Una domanda allora sorge spontanea: in che cosa gli animali sono come gli uomini?

Potremmo rispondere affermando che l’uomo e l’animale soffrono. L’animale appartiene allo sfondo immutabile della natura, finché il dolore non lo fa piombare nella contingenza.

Non per niente la più comune metafora per esprimere la sofferenza umana è quella del “soffrire come un cane”.
Pertanto nella nostra mente si formano sostanzialmente due immagini: l’animale sano, ossia l’animale come dovrebbe essere, l’animale che rispecchia il vigore della natura, la potenza creatrice della vita, le stagioni intramontabili del rigóglio verdeggiante, insomma l’incorruttibilità del cosmo, e l’animale malato, l’animale che può morire, la natura indifesa e impotente, il tramontare delle stagioni del sangue e della passione, l’ombra della morte.

Perché in fondo, l’animale che soffre è l’uomo che muore.

Se risaliamo allora al rapporto fra i bambini e gli animali, ci rendiamo conto di come la riscoperta della sofferenza sia il vero legame. E non vi è modo migliore che dar voce ad altri esseri viventi, fornir loro di un’anima, ossia di quell’elemento misericordioso che innesca il rispetto reciproco, per renderli i migliori amici dell’uomo.

In questa direzione, è quindi interessante notare come il cervo parlante offra la propria vita al suo cacciatore, pur di non soffrire invano.

Branduardi è in grado di ribaltare la classica visione del processo di caccia, che per natura è visto come inflizione di una morte evitabile e ingiustificata alla selvaggina.

Ma se gli uomini sacrificassero la vita degli animali solo in punta di dolore? Cioè solo qualora sia l’animale a offrire la propria vita poiché ormai giunta al termine del proprio corso?

Ovviamente la metafora poggia su un principio che richiede un estremo rispetto nei confronti degli enti di natura: evitare lo spreco.

Questo vivere secondo necessità contingenti è anche un ottimo metodo per riscoprire l’utilità stessa del sacrificio che si sta operando.

L’atto estremo del toglier la vita, ovvero l’atto estremo del dare la morte, deve necessariamente dare luogo (ossia dare vita) a un altro senso, che sia altrettanto potente.

Altrimenti è spreco.

Simone

[Per leggere gli altri articoli dedicati ai brani musicali, rifarsi alla sezione “Letteratura cantautorale”.]

 

Lettera – Francesco Guccini

Con Guccini si apre un vasto scenario di inquietudini che spesso sembrano culminare nella seguente domanda: ma in fondo, lo scorrere della nostra vita ha davvero un senso?

Sebbene il quesito possa apparire superficiale, Guccini compie un passo ulteriore, interrogandosi invece sull’eventuale superfluità del quesito stesso. In effetti, egli si getta oltre la semplice domanda sul senso della vita, per arrivare ancor più drammaticamente a domandarsi: ma perché mai dovremmo soffermarci a riflettere sul senso della vita? È davvero importante?

Per afferrare il valore della questione, dobbiamo concentrare la nostra attenzione sulla dimensione della temporalità, assai cara al cantautore modenese.

Se infatti il tempo sembra fluire senza che gli elementi divenienti nel mondo se ne accorgano, l’unico in grado di arrestare il tempo e porsi fuori di esso sembra proprio essere l’uomo. Tuttavia, proprio perché gli elementi della realtà sembrano emergere in ogni nuovo istante attraverso l’annullamento dell’istante precedente, in un certo senso susseguendosi sempre allo stesso modo, qui cade il senso della domanda. Constatare l’armonia delle cose del mondo, il piegarsi degli alberi al tocco del vento, quel non saper fare resistenza, quel fluire appunto secondo natura, paradossalmente pone l’uomo fuor di posto. Il suo domandarsi rispetto ad un senso che fugge via attraverso il tramonto carnale dell’esistenza, diviene un concetto banale, la cui miseria si estingue nell’incapacità di appartenere.

Nel momento in cui l’uomo pensa, egli non appartiene più alle strade che ha creato, agli animali che ha addomesticato e amato, agli utensili che ha ideato, poiché essi attraversano l’orizzonte degli eventi senza nemmeno accorgersene. Mentre l’uomo non può far altro che intuire la propria vita come un’eterna perdita dell’istante precedente nel suo successivo. L’uomo è mortale.

A questo punto però, emerge sul serio l’importanza della questione. Visto che ai nostri occhi l’intero mondo, che è altro da noi, sembra realizzarsi in una costante armonia di intenti, visto che l’osservazione della realtà ci restituisce momenti perfettamente incastonati in un divenire incosciente, allora forse il nostro domandare è sintomo di quella vita che avremmo voluto realizzare, ma che invece abbiamo appena sfiorato.

Abbiamo forse impegnato il nostro tempo in audaci fantasie, senza mai far loro seguire le dovute azioni?

Abbiamo forse avuto le intuizioni giuste, ma mai abbiamo dato loro la possibilità di emergere?

Meno la nostra verità ha modo di aderire al divenire del mondo, più la nostra incapacità di appartenervi cresce.

E allora cogliere un mondo che non sembra mai cadere fuori dal suo senso riaccende la nostra domanda sullo scopo dell’esistenza.

Simone

[Per seguire l’itinerario musicale, rifarsi alla sezione Letteratura cantautorale.]

Naso di falco – Claudio Baglioni

La domanda che sembra emergere da questo brano è la seguente: la libertà esiste?

Difficile fornire una definizione del termine. Potremmo forse chiamare libero un uomo che è esente, ossia svincolato da qualunque forma di coercizione.

Nell’antica Roma, libertus era lo schiavo-liberato. Un uomo che aveva per prima cosa dovuto sperimentare la condizione di prigionia, per poi poter essere considerato libero.

Allora capiamo bene che la libertà non si autodefinisce. Per dare forma al significato di libertà, è in primo luogo necessario affermare tutto ciò che libertà non è. Essa dunque emerge per sottrazione dalla coercizione.

Ci dobbiamo cioè liberare dalle catene che ci trattengono: essere liberi non è una dotazione di natura. Tanto che nemmeno la lingua italiana ammette l’esistenza di un sostantivo che possa definire l’individuo libero: così come si può dire lo schiavo, non si può invece dire il libero. Non esiste cioè un termine che definisca l’identità fra l’uomo e la libertà. L’uomo può anche essere libero, ma di per sé libero non può essere sinonimo di uomo.

Se il ragionamento è valido, ci potremmo chiedere: perché mai l’uomo non è libero?

A questo punto, gli esempi che abbiamo portato perdono di efficacia, poiché tendono esclusivamente a definire la libertà come uno stato di corporeo scioglimento dalle catene. Quando sentiamo parlare di libertà, subito affiorano nella nostra mente situazioni di repressione fisica finalmente risolte, magari attraverso battaglie per l’indipendenza.

Ma se andiamo davvero a fondo della questione, possiamo renderci di conto di come l’uomo non sia libero per una semplice ragione: ignoranza strutturale.
L’uomo nasce ignorante e il percorso di una vita non permette di superare la non-conoscibilità del mondo nella sua totalità. Egli è dunque atomicamente schiavo, nel senso che la stessa materia che lo fonda è già in ritardo rispetto alla possibilità di illuminare l’intera realtà.

Dunque il desiderio per la conoscenza, è in realtà un travestimento del desiderio per la libertà.
Seppur non rivelata, la curiosità dei bambini è volta al raggiungimento di quel grado di indipendenza che vien fornito dai genitori ai figli adolescenti.

Dunque io bambino desidero capire il mondo per poter afferrare la mia libertà, la quale è sintomo dell’allontanamento del limite dell’inafferrabilità del cosmo.
Più cose comprendo, più lontano si staglia il confine dell’ingovernabilità di ciò che non so, e dunque maggiore risulta la mia libertà, più ampia la mia consapevolezza.

Eppure, quel limite esiste e si scontra con la tragicità di domande irrisolvibili che abbracciano sia l’immensità naturale sia la drammaticità degli eventi umani.

In effetti, il superamento del limite è solo un miraggio: senza di esso (cioè in assenza della inconoscibilità del mondo come Tutto), non vi sarebbe tensione al suo avvicinamento e il senso della vita cadrebbe.

Baglioni ci insegna allora l’irrinunciabilità della Domanda: chiedere il perché della complessità è l’unico modo per spingere più in là il limite e riempire la vita conservandone il segreto.

Simone

[Per seguire l’itinerario attraverso la letteratura cantautorale, ripartire da: E adesso la pubblicità – Claudio Baglioni]

E adesso la pubblicità – Claudio Baglioni

Aprirci verso questa nuova direzione con Claudio Baglioni, è un passo decisamente importante.

Sarebbe infatti il caso di togliergli di dosso quella etichetta da “cantore dei buoni sentimenti”, che bene o male si è estinta nei primi dieci anni della sua attività artistica. Viene purtroppo sempre ricordato per quelle due o tre canzoni risalenti agli anni settanta, quando invece basterebbe guardare un pelino più in là, per riconoscere uno spessore ben più determinante.

Soggetto di questo brano musicale è un ospite sempre più abbondante all’interno della quotidianità familiare. Questa affezione dell’anima, sviluppatasi negli ultimi settant’anni della nostra storia, prende il nome di noia.

Ora, abbiamo già parlato della noia secondo un’accezione positiva: quella privazione infantile di oggetti, capace di rievocare la creatività in condizioni di povertà di mezzi.

Tuttavia, ciò di cui si vuol parlare in questa sede, è qualcosa di ben diverso.

Potremmo allora definire quest’altra concezione di noia, come una condizione esistenziale all’interno della quale il tempo dell’anima si ferma.

In precedenza, qualcosa già era stato detto sul nostro tempo interiore: la coscienza ama occupare momenti diversi della nostra storia personale per durate differenti. Ciò dà volume ai nostri ricordi, permette una distinzione fra passato e presente e garantisce una proiezione nel futuro.

Un uomo afflitto dalla noia è assolutamente incapace di dar valore al mondo che gli sta attorno. Non assaporando un gusto per la vita, non vivendo conflitti, non ribollendo interiormente, nei fatti la quotidianità gli sfugge.

Questo scenario non è totalmente sovrapponibile alla scissione in organi che abbiamo già citato: mentre in quel caso l’Io non è affatto presente, poiché è il corpo come meccanismo ad agire, nel caso della noia l’Io è presente. Tuttavia, questo Io è presente a sé, nell’assenza di tutti i sentimenti possibili.
La noia è dunque il provar nulla rispetto all’essere al mondo.

Quando la noia familiare emerge, con drammaticità emerge anche la comune ripetizione della banalità del vivere. Gli elementi più comuni del comportamento umano si dilatano nel tempo, soffocando qualsiasi tensione verso un futuro.

Questa dimensione temporale apatica vede il giorno precedente identificarsi (essere) nel giorno successivo.

Tanto che nel brano musicale, l’unico elemento a suggerire la necessità di un cambiamento, è l’apparizione di una sequenza pubblicitaria in televisione. Vano cambiamento, essendo l’interruzione di programma assolutamente forzata, e dunque rientrante nelle dinamiche della noia.

In questi schemi cristallizzati il desiderio di un bambino cerca, disperatamente, di farsi spazio.

Come vedremo anche più avanti, la televisione e i più recenti mezzi di comunicazione di massa ricoprono un ruolo decisivo nella disseminazione della noia. Di certo, rappresentano un ottimo punto di partenza per un’analisi critica attorno alle origini di un fenomeno tanto aberrante.

Simone

[Ho parlato della noia con accezione positiva, in questo articolo: Come arricchire il nostro paesaggio – La noia

Ho parlato del tempo dell’anima, in questo articolo: La percezione psicologica del tempo

Ho parlato della riduzione del corpo a organi, in questo articolo: L’angoscia del Niente]