Le città invisibili – Il Mutamento nella Stasi

A Olinda, chi ci va con una lente e cerca con attenzione può trovare da qualche parte un punto non più grande d’una capocchia di spillo che a guardarlo un po’ ingrandito ci si vede dentro i tetti le antenne i lucernari i giardini le vasche, gli striscioni attraverso le vie, i chioschi nelle piazze, il campo per le corse dei cavalli. Quel punto non resta lì: dopo un anno lo si trova grande come un mezzo limone, poi come un fungo porcino, poi come un piatto da minestra. Ed ecco che diventa una città a grandezza naturale, racchiusa dentro la città di prima: una nuova città che si fa largo in mezzo alla città di prima e la spinge verso il fuori.
Olinda non è certo la sola città a crescere in cerchi concentrici, come i tronchi degli alberi che ogni anno aumentano d’un giro. Ma alle altre città resta nel mezzo la vecchia cerchia delle mura stretta stretta, da cui spuntano rinsecchiti i campanili le torri i tetti d’embrici le cupole, mentre i quartieri nuovi si spanciano intorno come da una cintura che si slaccia. A Olinda no: le vecchie mura si dilatano portandosi con sé i quartieri antichi, ingranditi mantenendo le proporzioni su un più largo orizzonte ai confini della città; essi circondano i quartieri un po’ meno vecchi, pure cresciuti di perimetro e assottigliati per far posto a quelli più recenti che premono da dentro; e così via fino al cuore della città: un’Olinda tutta nuova che nelle sue dimensioni ridotte conserva i tratti e il flusso di linfa della prima Olinda e di tutte le Olinde che sono spuntate una dall’altra; e dentro a questo cerchio più interno già spuntano – ma è difficile distinguerle – l’Olinda ventura e quelle che cresceranno in seguito.

[Le città nascoste 1. – I. Calvino]

Siamo abituati a concepire l’espansione urbana d’una città come una crescita verso l’esterno. Il nuovo della città lo si guadagnerebbe, guadagnando nuovo terreno. Così, esternamente a ciò che è pregresso, al di fuori di ciò che veniva prima, si aggiungerebbe ciò che verrà poi.

Questo è un modo geografico di intendere la crescita di una città, e non è il caso che Calvino vuole illustrarci attraverso la città di Olinda.

Gli abitanti di Olinda non lanciano il sasso oltre le mura, a dire che si debba scavalcarle per poter trovare la libertà e dunque l’agognato terreno sul quale edificare. Nel caso di Olinda, la conquista territoriale non è un atto esplorativo rivolto verso terre ignote. Non c’è il brivido dell’inconosciuto e il coraggio dell’avanscoperta.

In Olinda vi è il ripiegamento dell’introspezione: a dire che il Nuovo non sta nella superficie dell’inedito, bensì nel profondo del vecchio.

E qui un’immagine panoramica della città ci torna utile. Osservare una città dall’alto – questa è fra l’altro l’unica possibilità che ci consenta di coglierla come intero – ci obbliga, o per lo meno ci consente solo, di catturarne l’estensione superficiale: l’area, i cosiddetti  chilometri al quadrato. A causa di limiti strutturali d’osservazione, cogliamo come intero – sempre e solo – ciò che ricopre la città: le strade, le tegole sui tetti, i vetri a limitare i grattacieli. Ne avevamo già parlato menzionando Armilla e la concezione di bellezza come scheletro e non come pelle.

Questa visione panoramica coglie l’intero ma perde la parte. La somma delle parti svanisce nell’oceano del tutto.

Olinda è invece la città delle lenti di ingrandimento: una messa a fuoco acuta di ciò che già vive nella città, ma che può emergere solo in seguito ad una attenta analisi. Dunque il nuovo è uno schiarimento del vecchio, un’attribuzione di parole a ciò che esiste ed è ancora muto.

Ecco che quindi Olinda non cresce per diffusione, bensì per emergenza. Non è simbolo d’espansione territoriale, di protrusione. È piuttosto simbolo di moltiplicazione interiore, di proliferazione particolare.
Laddove una città qualsiasi originerebbe nel centro e unidirezionalmente si dirigerebbe verso la periferia, diluendosi, Olinda origina nel centro e nel centro rimane, arricchendosi.

Che cosa ci vuol dunque dire Olinda?

Le suggestioni si sprecano, e per questioni di brevità, ne portiamo un paio.
Olinda ci consente di riconfigurare le definizioni di Scienza e di Arte.

Nonostante si tenda a credere il contrario, la Scienza non si pone mai l’obiettivo di scoprire un nuovo genuino, un nuovo precedentemente insondato. Già lo avevamo accennato: salvo rari casi, la Scienza ha lo scopo di osservare meglio ciò che già c’era ed era lì da vedere. La Scienza non fa altro che guardar meglio una realtà che conosciamo da millenni. Ma ad ogni sguardo, un dettaglio essenziale si aggiunge.

Mentre l’Arte può essere concepita come specchio dell’inesauribilità: un’opera è eterna poiché ogni nuovo sguardo su di essa gettato, spalanca l’intramontabile flusso di significati.

Olinda ci insegna a far continuo ritorno al reale, concependolo ogni volta come cuore inestinguibile di virtù.

[Ho parlato di Armilla in questo articolo: Le città invisibili – Lo scheletro della bellezza

Ho parlato di Scienza in questo articolo: Osservatorio etimologico: sguardo scopico e sguardo contemplativo]

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Le città invisibili – Il paradosso della proliferazione innocente

Ogni anno nei miei viaggi faccio sosta a Procopia e prendo alloggio nella stessa stanza della stessa locanda. Fin dalla prima volta mi sono soffermato a contemplare il paesaggio che si vede spostando la tendina della finestra: un fosso, un ponte, un muretto, un albero di sorbo, un campo di pannocchie, un roveto con le more, un pollaio, un dosso di collina giallo, una nuvola bianca, un pezzo di cielo azzurro a forma di trapezio. Sono sicuro che la prima volta non si vedeva nessuno; è stato solo l’anno dopo che, a un movimento tra le foglie, ho potuto distinguere una faccia tonda e piatta che rosicchiava una pannocchia. Dopo un anno erano in tre sul muretto, e al mio ritorno ce ne vidi sei, seduti in fila, con le mani sui ginocchi e qualche sorba in un piatto. Ogni anno, appena entrato nella stanza, alzavo la tendina e contavo alcune facce in più: sedici, compresi quelli giù nel fosso; ventinove, di cui otto appollaiati sul sorbo; quarantasette senza contare quelli nel pollaio. Si somigliano, sembrano gentili, hanno lentiggini sulle guance, sorridono, qualcuno con la bocca sporca di more. Presto vidi tutto il ponte pieno di tipi dalla faccia tonda, accoccolati perché non avevano più posto per muoversi; sgranocchiavano le pannocchie, poi rodevano i torsoli. Così, un anno dopo l’altro ho visto sparire il fosso, l’albero, il roveto, nascosti da siepi di sorrisi tranquilli, tra le guance tonde che si muovono masticando foglie. Non si ha idea, in uno spazio ristretto come quel campicello di granturco, quanta gente ci può stare, specie se messi seduti con le braccia intorno ai ginocchi, fermi. Devono essercene molti di più di quanto sembra: il dosso della collina l’ho visto coprirsi d’una folla sempre più fitta; ma da quando quelli sul ponte hanno preso l’abitudine di stare a cavalcioni l’uno sulle spalle dell’altro non riesco più a spingere lo sguardo tanto in là. Quest’anno, infine, a alzare la tendina, la finestra inquadra solo una distesa di facce: da un angolo all’altro, a tutti i livelli e a tutte le distanze, si vedono questi visi tondi, fermi, piatti piatti, con un accenno di sorriso, e in mezzo molte mani, che si tengono alle spalle di quelli che stanno davanti. Anche il cielo è sparito. Tanto vale che mi allontani dalla finestra. Non che i movimenti mi siano facili. Nella mia stanza siamo alloggiati in ventisei: per spostare i piedi devo disturbare quelli che stanno accoccolati sul pavimento, mi faccio largo tra i ginocchi di quelli seduti sul cassettone e i gomiti di quelli che si dànno il turno per appoggiarsi al letto: tutte persone gentili, per fortuna.

[Le città continue, 3 – I. Calvino]

È piuttosto chiaro che noi esseri umani – qui sulla Terra – consumiamo troppo.

Il 29 Luglio si è realizzato l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno dell’anno 2019 nel quale la popolazione mondiale ha consumato un ammontare di risorse pari a quelle che è capace di produrre in tale anno. Nel 1971 tale giorno fu il 21 di dicembre.

L’eccessivo sfruttamento delle risorse è imputabile a numerose cause, ma oggi Calvino ci aiuta ad evidenziarne una innocente.
Per causa innocente voglio intendere una causa che è struttura integrante dell’esser uomo, e che si realizza nel momento nel quale l’uomo – l’individuo – viene alla luce. È una causa inevitabile, che il corpo dell’individuo si porta inevitabilmente appresso.

Siamo dunque alle prese con Procopia, città delle proliferazioni.
Gli abitanti del luogo sono tutti uguali gli uni agli altri, non si muovono di una virgola dalla posizione che assumono, sono sorridenti e – a quanto pare – si vogliono anche piuttosto bene. Infatti rimangono costantemente abbracciati gli uni agli altri, rigidi nella loro amabilità.

Qual è allora il problema? Occupano spazio. Spazio vitale.

Gli abitanti di Procopia non hanno bisogno di nulla.
Restando immobili, non hanno bisogno di nutrirsi un gran che, né di svolgere alcun genere di lavoro o di attività umana. Sempre sorridenti, non soffrono di tristezze o di malumori vari. Sempre abbracciati, non incorrono in solitudini o in manie depressive.

I singoli individui non consumano quasi nulla, non rovinano nulla, non richiedono nulla. L’unica loro peculiarità è quella di occupare un misero ma fondamentale rettangolo di terra.

Infatti, se il numero di individui aumenta, e ad un omino sorridente se ne affianca un altro identico, il paesaggio inizia a mutare. Dapprima Marco Polo può osservare il cielo, cogliere il paesaggio. Poi si ritrova a non vedere altro che facce, che ghigni innocenti ma pericolosi, pericolosi per il semplice fatto che occupano uno spazio precedentemente libero, e ricco d’aria.

E questi omini sono gentili, innocui nella loro presenza. Non fanno altro che esserci, in soprannumero. Nessuno di loro ha colpe, nessuna responsabilità. Non c’è volontà di recar danno, di depredare, di avere tutto per sé.

Eppure la massa aumenta secondo modalità incontrollabili, involontarie. E lo spazio vitale diminuisce.

Ecco, questo è un problema.

È un problema perché ogni nuova forma umana di vita che viene alla luce è già causa – intrinseca ed inevitabile – di problemi. La sua materia – che precede qualsiasi intenzione, qualsiasi gesto morale o etico – è già un problema.

Siamo un problema.

[Per rifarsi al percorso all’interno de Le città invisibili, rifarsi alla sezione: “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – La cedevolezza del ragno

Ciò che fa Argia diversa dalle altre città è che invece d’aria ha terra. Le vie sono completamente interrate, le stanze sono piene d’argilla fino al soffitto, sulle scale si posa un’altra scala in negativo, sopra i tetti delle case gravano strati di terreno roccioso come cieli con le nuvole. Se gli abitanti possono girare per la città allargando i cunicoli dei vermi e le fessure in cui s’insinuano le radici, non lo sappiamo: l’umidità sfascia i corpi e lascia loro poche forze; conviene che restino fermi e distesi, tanto è buio. Di Argia, da qua sopra, non si vede nulla; c’è chi dice: “È là sotto” e non resta che crederci; i luoghi sono deserti. Di notte, accostando l’orecchio al suolo, alle volte si sente una porta che sbatte.

[Le città e i morti 4. – I. Calvino]

Vi sarà di certo capitato, almeno una volta nella vita, di catturare un ragno all’interno di un bicchiere di vetro. Avete adagiato il bicchiere contro la rugosità del muro, e facendolo scorrere dolcemente lungo la parete, avete obbligato l’aracnide a saltare nel vuoto della vostra trappola.

Ora, che fa l’animale?

Comincia a dimenarsi come un ossesso, tenta freneticamente di risalire le lisce scivolosità del bicchiere, fallendo clamorosamente. I suoi tentativi di fuga appaiono tanto disperati quanto arrendevoli: nel giro di una manciata di secondi, dopo essere ricaduto tristemente sul fondo del recipiente, il ragno smette di agitarsi.

Si arrende.

Di fronte all’impossibilità di riguadagnare la luce, di respirare aria di salvezza, si accuccia entro le mura di vetro, risparmia energie e si mette in attesa.

In attesa di cosa, esattamente?

Ad Argia, la coscienza da ragno si dibatte silenziosamente entro la rigidità del proprio esoscheletro. Qualcuno potrebbe dire che gli abitanti della città stiano bene negli altiforni del proprio isolamento, sotto la pressione inesprimibile di un peso impronunciabile, placidi nella loro decomposizione termica. Potremmo forse pensare che sia preferibile il silenzio all’esposizione, l’eterna immobilità al tentativo energico d’una qualche espressività.

Si potrebbe credere che Argia abbia rinunciato all’aria e alla bontà dei propri polmoni per affermare la propria negazione.

Lo scopo della città sarebbe dunque il seguente: dimostrare al mondo che si può esistere senza che alcuno lo sappia, che si può sfruttare la propria vita per dimostrare che la si può gettar via, che si può rifiutare lo slancio vitale che è in dotazione alla stessa venuta al mondo.

Si può essere per non esserci.

Argia è quel luogo nel quale ci si scava una fossa per cercare di far coincidere la vita con la morte: per tentare vanamente di ingannare la morte, battendola sul tempo, invitandola al banchetto della vita.

Questo forse spera il ragno nella sua immobilità: d’ingannare la vita – vivendola con un’anticipazione della morte in presa diretta.

L’immobilità esige però sempre la propria muta. Per quanto il mostro esternamente si contenga nella sua fissità, intimamente si dimena, esigendo di poter riemergere dalla rigidità del proprio fantasma.

“Se solo potessi vivere.”

A furia di star fermi, di non agitarsi, di aspettare che non succeda nulla, la vita si accumula tutta in un punto, e quel punto è sempre più immobile nella sua concinnità, sempre più centrale, sempre più infinitesimale, sempre più singolare, sempre più piantato nel tuo ventre, sempre più profondo.

Finché non c’è più spazio di manovra, e il ragno deve riemergere in tutto il suo divincolarsi e dibattersi, in quel dimenarsi senza forma che è proprio della necessità d’una boccata d’aria.

E allora s’odono sbattere porte, qualcuno – sotto l’aridità dell’argilla – inizia a picchiar le pareti, a riprendere agio.

Ma trova un’aria sempre più rarefatta, il respiro sempre più pesante.

[Per seguire l’itinerario attraverso le Città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – Il Marcio e l’Aspetto

Guadato il fiume, valicato il passo, l’uomo si trova di fronte tutt’a un tratto la città di Moriana, con le porte d’alabastro trasparenti alla luce del sole, le colonne di corallo che sostengono i frontoni incrostati di serpentina, le ville tutte di vetro come acquari dove nuotano le ombre delle danzatrici dalle squame argentate sotto i lampadari a forma di medusa. Se non è al suo primo viaggio l’uomo sa già che le città come questa hanno un rovescio: basta percorrere un semicerchio e si avrà in vista la faccia nascosta di Moriana, una distesa di lamiera arrugginita, tela di sacco, assi irte di chiodi, tubi neri di fuliggine, mucchi di barattoli, muri ciechi con scritte stinte, telai di sedie spagliate, corde buone solo per impiccarsi a un trave marcio. Da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio d’immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un dritto e in un rovescio, come un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi.

[Le città e gli occhi 5. – I. Calvino]

Più di una volta ci siamo soffermati sull’esistenza di un mondo caratterizzato dalla ricerca estrema di una bellezza formale.

Questa bellezza è di fatto sinonimo di immutabilità. Specchio di immobilità è divenuto il mondo dei corpi. Immortalare corpi splendenti nella loro mancata imperfezione significa tentare di trattenere qualcosa che in realtà se ne vorrebbe andare, che in fondo desidererebbe mutare.

Al giorno d’oggi, che cosa significa credere in questa spasmodica ricerca di una bellezza fuori dal tempo?

Significa voler appunto apparire come se si potesse essere eterni, ossia non appartenenti al decadimento materico della propria biologia. Questa esposizione universale di corpi, altro non è che una sfida alle leggi proprie della fisica. Già abbiamo parlato della transizione da un mondo dei corpi a un mondo delle menti. La nostra dimensione psichica fatica a processare la dimensione del cambiamento, e dunque non può accettare l’idea che il corpo tramonti: per la nostra mente è facile percepire un mutamento nel corpo, poiché tale mutamento è visibile.

Il problema dall’esistenza dei corpi però rimane. Per quanto l’idealizzazione del proprio organismo possa reggere in un mondo concettuale come quello dei social network, il suo decadimento pratico continua a realizzarsi. Finché non troveremo un modo per separare la coscienza dalla materia – sempre che questo sia anche solo biologicamente possibile – la sproporzione reggerà.

Non solo. Non solo perché idealizzare il proprio corpo, significa anche ancorare la propria mente al convincimento che l’immobilità esista. Mentre cioè ci si impegna a mostrarsi al mondo sempre uguali, sempre impeccabili, come se non ci si sporcasse mai, come se si rimanesse sempre nello stesso punto, intonsi, sempre immacolati nella coincidenza del nostro involucro con se stesso, ecco mentre siamo impegnati in tutto questo, in realtà tutto il resto sta andando per la sua strada. Che lo si voglia o meno, il paesaggio attorno a noi cambia, il nostro rapporto con l’esistenza pratica di tutti i giorni cambia, ma non abbiamo modo d’accorgercene.
Mentre ci impegniamo nell’alimentare una costruzione che per natura è tra l’altro comunque destinata a crollare, mentre insomma ci riproponiamo, tutto il resto inizia a marcire per trascuratezza. E più la nostra essenza e la nostra autenticità vanno sgretolandosi e decomponendosi, maggiormente si eleva il muro della formalità. Il marcio si conserva ben coperto da una colata di cemento, e prolifera e si espande. Senza pietà.

Questa è Moriana, la cui pelle sottilissima – quella del nostro bel viso spianato, senza un accenno naturale di rughe – si affaccia su un mondo di scatti fotografici e di luci patinate, mentre pericolosamente si tende al di sopra d’un lago marcio e brulicante.

[Ho parlato di Mondo dei Corpi e Mondo delle Menti in questo articolo: Mutamenti antropologici – Dalla casa fisica alla casa digitale

Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – L’immondezzaio d’anime

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere il resto dell’esistenza di ieri è circondato da un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta portata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.

[Le città continue 1., I. Calvino]

Ci domandiamo mai che fine faccia tutto ciò che gettiamo via?

Viviamo nell’era del consumismo, e di questo già abbiamo discusso in diverse occasioni. Siamo abituati a considerare le cose del mondo, siano esse naturali o prodotte dall’uomo, come detentrici della nostra felicità. Pensiamo che il nostro desiderio di realizzazione, questa volontà creatrice che ci spinge con entusiasmo a realizzarci nel mondo, possa soddisfarsi negli innumerevoli oggetti che compriamo, nelle strabilianti esperienze che facciamo. Nulla di profondamente nuovo in questo ragionamento.

Calvino però ci spinge a compiere un ragionamento ulteriore: noi siamo abituati a considerare il consumismo come una macchina divoratrice di prodotti. Ma tutti questi prodotti, una volta assolta la loro effimera funzione, che fine fanno?

Chiaramente, le azioni consumistiche non sono altro che un sintomo dell’anima di coloro che le reiterano. E proprio in questo senso, ci torna utile metaforicamente la città di Leonia.

Se da un lato Leonia è sempre nuova, costantemente incapace di gettare uno sguardo su stessa poiché ogni giorno dimentica, la sua periferia diviene invece memoria pulsante di questa incapacità di cumulare se stessi.

Cerchiamo di andare a fondo di quest’immagine.
La novità continua è sintomo di un perenne tentativo di svuotamento: dal momento che non riesco a stare al passo con ciò che sono – non riesco ad esser all’altezza del mio eventuale spessore, del mucchio di ciò che rappresento – dal momento che il mio ripresentarsi quotidiano mi è insostenibile, ogni giorno mi getto via nel tentativo di tenermi sotto controllo. Nulla di più formale e prevedibile di un tubetto nuovo di dentifricio da testare, piuttosto che dell’ultima canzone rilasciata da ascoltare.
Secondo Calvino, nel nuovo c’è una spinta all’oblio garantita da questa necessità di guardare sempre avanti, di non sostare mai, di espandersi, di allungarsi senza sosta, di protendersi verso un futuro limpido e dunque ogni volta immacolato, ogni volta pronto per esser riempito. Sempre un nuovo tassello, guadagnare ogni giorno sempre qualche metro in più. Potremmo paragonare l’interiorità degli abitanti di Leonia all’atteggiamento passivo di un palloncino che non smetta di gonfiarsi: all’aumentare del suo volume giornaliero, le sue pareti elastiche si assottigliano e si tendono sempre più, alla ricerca di un inevitabile punto di rottura.

Questa espansione divoratrice, ha però solo la pretesa di sbarazzarsi del passato: il consumo non svanisce, ma si accumula alle periferie della città, periferie che all’assottigliarsi delle pareti della città – il nostro palloncino – tendono invece ad ingrossarsi.

Arriva allora un momento nel quale si verifica una catena di eventi: le pareti della città si frantumano – il palloncino esplode, assieme alla convinzione di potersi sbarazzare della propria interiorità –, mentre le periferie, le quali incombevano non viste come colline pericolanti, si riversano sugli asfalti freschi delle vie restaurate e sui vetri appena cotti delle finestre, seppellendo la leggera vacuità degli involucri sotto la pesante concretezza dei contenuti.

Ecco che proprio in questo caso la concretezza di uno spessore interiore diviene soffocante, poiché si pretende di poterlo ignorare, vivendo un’esistenza sempre nuova, sempre pulita, sempre immacolata.

[Ho parlato in parte di consumismo, in questo articolo: Scenari distopici: il desiderio d’evasione

Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – Lo scheletro della bellezza

 

A_Naiad_or_Hylas_with_a_Nymph_by_John_William_Waterhouse_(1893)
The Naiad – J.W. Waterhouse, 1893

Se Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell’acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppopieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell’arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.

[Le città sottili 3., I. Calvino]

Quante volte c’è già capitato di sottolineare l’importanza che Calvino attribuisce  all’impalcatura strutturale che sorregge la vita?

Ad Armilla si vede tutto quanto non è dato vedersi in altre città. Armilla è lo scheletro esposto di qualsiasi sforzo urbano. Scendendo per strada o abitando le nostre case, siamo abituati a veder solo pareti e soffitti. La città corrisponde alla sua muratura. La muratura rappresenta l’estetica formale di un complesso urbano: ciò che è concesso di vedere, ciò che si vuole far vedere.

Ma oltre la liscia bellezza dei muri dettata dalle loro pareti d’intonaco bianco, esiste l’intricata complessità di fili e di tubi, una costruzione idraulica ed elettrica che non bada all’estetica, bensì alla funzione.
Affinché dai metalli scintillanti dei rubinetti possa sgorgare un’acqua limpida a riempire i marmi dei lavabi, una mostruosità sepolta deve crescere entro i muri, deve serpeggiare in vuoti nascosti.

Ad Armilla è dunque tolta la bellezza ed è data la funzione: potremmo dire che ad Armilla è svelato il segreto della bellezza mediante la rimozione della stessa. Un’architettura di tubi scandisce i perimetri, le altezze e i piani dei palazzi, sfociando in vasche da bagno esposte all’aperto dell’aria.

Fino a questo punto nulla da obiettare. Eppure Calvino sottolinea come la città d’Armilla non sia abitata da umani. Non si sa se essa sia stata distrutta e dunque abbandonata, oppure se non abbia mai visto la luce del suo compimento, rimanendo appesa alla scabrosità delle sue tubature.

Le uniche figure ad apprezzare la funzionalità del luogo sono di natura mitologica: le ninfe d’acqua dolce, che in questo sgorgare nel nulla delle correnti acquatiche si inventano una nuova modalità d’interazione con la natura. Invece di lavarsi al chiuso delle piastrelle, entro tendine celanti la vergogna, si concedono estatiche al tocco del sole e allo sferzare dei venti, giocano con l’acqua e godono di essa, come se nuotassero in un fiume.

Allora forse, grazie ad Armilla, Calvino vuole spogliare il senso della città di quel suo velo formale: il valore d’una città non sta tanto nella cura chirurgica dei suoi giardini, ma piuttosto nell’abitabilità calpestabile degli stessi; farsi un bagno non significa gustarsi i lussi del marmo e le schiume costose dei saponi, ma piuttosto immergersi nelle sorgenti e godere della loro genuina essenza.

Il senso d’una città non si trova nel gusto degli intonaci, nelle vernici lucide dei recinti e negli asfalti lisci. Si nasconde entro i muri, si calpesta nei sapori dell’erba, serpeggia nei bassifondi delle falde.

[Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – L’indomabilità del Caos

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città. A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto, ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito. Ma se ti fermi a osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute nella città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto dall’andirivieni dal brulichio dal pigia-pigia. Tutta la confusione di Eudossia, i ragli dei muli, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.

[Le città e il cielo 1. – I. Calvino]

Per quanto nel mondo sia inscritto quel mistero che concede al vero artista di imporre le sue leggi, a volte quel mistero diviene un’ossessione.
Eudossia è allora testimonianza dell’inevitabile necessità che l’uomo ha di imporre le proprie leggi sul mondo.

Fin dalla notte dei tempi, l’intero percorso della nostra civiltà s’è dato l’obiettivo di affrancarsi da quell’ignoto, da quella insondabilità propria del reale. Abbiamo costruito strumenti, abbiamo ideato architetture concettuali, abbiamo indagato la natura alla ricerca della chiave di volta, di quell’intuizione definitiva che finalmente ci consentisse di dominare sul mondo. Di avere pieno controllo sul suo accadere.
Eppure, per quanto ci si impegni, la svolta necessaria ad una conoscenza finale sfugge sempre, quella svolta non giunge mai. La realtà rimane una dimensione caotica che costantemente sublima fra le nostre mani.

Dunque al cittadino di Eudossia sono date due possibilità.

Egli si può abbandonare volontariamente all’inafferrabilità della città, accontentandosi di una realtà che continuamente si re-inventa secondo molteplici prospettive, che evade un senso statico e definitivo, che non si lascia afferrare mai.

Oppure, il cittadino può lasciarsi sedurre dal modello di città ritratto sul tappeto. Un modello fisso e inalterabile, grazie al quale tutto di Eudossia appare sospettosamente chiaro e sondabile, del tutto inamovibile nella sua perfezione.
C’è chi crede che questo modello sia appunto di fattura divina, che la vera Eudossia sia quella ritratta mentre l’Eudossia reale sia solo una deprecabile degenerazione, sfuggita alle somme leggi dell’armonia.

Ma a chiunque passi per Eudossia rimane la possibilità di scegliere.

Vogliamo noi un mondo che sia davvero il semplice risultato di una nostra proiezione ideale, un mondo prevedibile in tutte le sue parti, sul quale avere pieno controllo?
Non dovremmo invece riconoscere quanto più ampio sia il mondo rispetto a noi, quanto la sua caoticità sia imprevedibile, e come le nostre leggi atte a confinarlo siano pura umana illusione?

Perché in fondo, voler prevedere il mondo e avere un minimo potere su di esso rimane un’intenzione genuina e necessaria, se non per una mera questione di sopravvivenza. Ma arrivare fino al punto di convincerci che il nostro modello contenga tutto il mondo, che la nostra mente coincida col reale, questo è atto di imperdonabile stoltezza.

Non è forse la città d’Eudossia una macchia che dilaga senza forma, con vie tutte a zigzag, case che franano una sull’altra nel polverone, incendi, urla nel buio, non è forse questa città la vera mappa dell’universo?

[Ho parlato dell’Artista e delle sue Leggi in questo articolo: Calvino incontra Pavese: l’arte di vedere dall’alto

Ho parlato di caoticità e impossibilità di confinare il reale in questo articolo: Il mondo è apparizione oppure ricomparsa?

Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – I tracciati e le rondini

Così la noia a percorrere ogni giorno le stesse strade è risparmiata agli abitanti di Smeraldina. E non è tutto: la rete dei passaggi non è disposta su un solo strato, ma segue un saliscendi di scalette, ballatoi, ponti a schiena d’asino, vie pensili. Combinando segmenti dei diversi tragitti sopraelevati o in superficie, ogni abitante si dà ogni giorno lo svago d’un nuovo itinerario per andare negli stessi luoghi. Le vite più abitudinarie e tranquille a Smeraldina trascorrono senza ripetersi.

[Le città e gli scambi 5. – I. Calvino]

Recentemente abbiamo parlato di quanto sia importante imparare a vedere le cose dall’alto. La leggerezza che Calvino ci offre nelle Lezioni americane è protagonista anche di Smeraldina.
Ma arriveremo a capire in che modo solo al termine della narrazione di oggi.

Anzitutto, Smeraldina è città che offre ai propri abitanti il lusso della scelta d’itinerario.
Ogni giorno, per spostarci da casa al nostro posto di lavoro compiamo sempre lo stesso tragitto. Per quanto concerne questa attività quotidiana – ma senza sforzo potremmo individuarne anche altre – vige la più totale consuetudine. A causa di fattori quali la comodità, la scarsità di tempo e anche un certo dispendio energetico cognitivo che verrebbe richiesto qualora ci interfacciassimo con un’eventuale nuovo itinerario, decidiamo di fare sempre stessa strada. Ciò comporta la venuta repentina di una certa noia, la quale riduce il nostro desiderio di interagire con quel pezzo di mondo (e di giornata). Non per nulla, durante i tempi di spostamento – non a caso definiti “tempi morti” – tendiamo a perdere d’interesse nei confronti della realtà.

Ecco dunque che Smeraldina introduce la variabile della scelta all’interno delle defunte dinamiche della regolarità quotidiana. Mettendo il cittadino di fronte alla possibilità di decidere dove mettere i piedi per arrivare nel luogo che deve raggiungere, la città lo obbliga a ri-accorgersi del mondo. La noia dunque non interviene e il soggetto si riappropria della realtà che lo circonda.

Questo stratagemma costituisce un esempio utile per combattere quella tendenza che l’uomo ha di dare per scontato il mondo, una volta che lo ha conosciuto. Citando Rayuela di Julio Cortazar avevamo proprio denunciato questo paradosso: la ripetitività del gesto annulla la bontà del suo contenuto, impoverendo la qualità delle nostre esperienze più consuete.

Ora però dobbiamo notare anche un altro dettaglio.
Sebbene i tracciati di Smeraldina siano molteplici e funambolici, rimangono pur sempre limitati. Osservando la città dall’alto, ci si potrebbe mettere a seguire i diversi percorsi intrapresi dai diversi cittadini ogni giorno, arrivando ad un certo punto a prevederne le mosse. Se non l’osservato, potremmo dire che per lo meno un ipotetico osservatore arriverebbe a ricadere nella ripetitività dei gesti, annoiandosi.

E ciò dipende da un unico fattore: le vie di terra sono limitate. I reticoli di strade e di canali, per quanto molteplici, sono pur sempre numerabili. Per quanto l’uomo costruisca alternative complesse, le strade percorribili rimangono numericamente finite.

E allora Calvino deve far sfuggire la sua città a questa finitezza: tutto è prevedibile a Smeraldina, tranne il volo delle rondini.
La leggerezza del loro volo cede continuamente all’imprevedibilità: anche solo osservando una rondine in cielo, subiamo sempre l’inafferrabilità del loro tragitto.
A Smeraldina le rondini tagliano l’aria sopra i tetti, calano lungo parabole invisibili ad ali ferme, scartano per inghiottire una zanzara, risalgono a spirale rasente un pinnacolo, sovrastano da ogni punto dei loro sentieri d’aria tutti i punti della città.

Le rondini hanno dunque la facoltà di creare percorsi aerei dalle combinazioni infinite: il loro corpo aereo non è mai soggetto al limite della calpestabilità delle strade o della navigabilità dei canali.

Il cielo ha infiniti percorsi.

[Ho parlato di Leggerezza e di Lezioni americane in questo articolo: Calvino incontra Pavese: l’arte di vedere dall’alto

Ho parlato di Rayuela e Julio Cortàzar in questo articolo: Il mondo è apparizione oppure ricomparsa?

Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – Un avamposto sul mondo

Tre ipotesi si dànno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.

[Le città e gli occhi. 3, I. Calvino]

Con Bauci, Calvino spinge il tempo dell’uomo oltre il tempo del pianeta sul quale ha sempre vissuto.
Bauci sembra dunque essere il prototipo di città in grado di fare a meno del pianeta Terra.

Ma è davvero così?

Con una certa chiarezza, la città dimostra semplicemente di non doversi più servire della Terra. Il nostro pianeta – nella concezione bauciana – non è più uno strumento da sfruttare.

A partire da questo assunto, seguono le seguenti osservazioni.

In primo luogo, è da notare che di Bauci non si sa null’altro. La città si perde oltre le nubi e sembra proprio che esista solo come luogo di sottrazione dalla Terra, un po’ come se fosse il risultato di un’operazione di evacuazione finale. Per qualche ragione, l’umanità s’è dovuta ritirare entro le sommità di Bauci. In ogni caso, la città non sembra incarnare un’alternativa più valida: non sembra insomma che sia stata preferita alla Terra. O per lo meno, Calvino omette qualsiasi commento a riguardo. Significativo tenerlo presente.
Di conseguenza, la distanza che esiste fra Bauci e la Terra deve necessariamente dipendere da un antecedente rapporto fra gli uomini e il loro pianeta.

Ed è proprio da qui che vengono mosse le tre diversi ipotesi.

Prima ipotesi: Gli uomini odiano la Terra. Possiamo davvero considerare questa assunzione plausibile?
Gli uomini abbandonerebbero la Terra qualora trovassero un luogo migliore nel quale insediarsi oppure qualora il pianeta diventasse inabitabile. Ma dato il silenzio attorno ad una eventuale virtuosità di Bauci – come già detto, taciuta da parte di Calvino – bisogna forse considerare che la Terra sia davvero divenuta inabitabile.
A partire da questi assunti, è da rigettare anche la seconda ipotesi: Assumere che l’uomo rispetti il pianeta a tal punto da non volerlo neppure toccare non sembra essere una possibilità concreta.
E allora rimane solo la terza ipotesi: Che gli abitanti di Bauci amino la Terra per come essa era prima di loro. La Terra è divenuta inabitabile per tutti gli abitanti della Terra stessa, ma non per l’uomo.

Ancora una volta è fondamentale andare a fondo delle parole di Calvino. Questa umanità nuova deve essersi allontanata dalla Terra per una mera questione di rispetto, come se insomma volesse scusarsi per i danni inflitti e – sentendosi in colpa – si fosse ritirata vergognosamente. Ma poi è andata ben oltre questo senso di colpa.
Gli uomini hanno incontrato un inedito genere di conoscenza: ora possono conoscere come fosse la Terra prima di loro; in qual modo la natura ricresca indisturbata attorno ai semafori, fino a che punto arrivi a coprire i cornicioni.

L’uomo può insomma accedere ad un genere di conoscenza che prescinda l’uomo stesso.

D’altronde, questa estrema attenzione della nuova umanità nei confronti di un pianeta ora incontaminato, è supportata proprio dal fatto che Bauci altro non sia se non un avamposto. È un luogo la cui funzione è solo quella di spiare altri luoghi. In sé Bauci non ha valore alcuno, se non quello di offrire vedute.

In conclusione, potremmo ipotizzare che l’umanità abbia riconosciuto la devastazione procurata ai danni del proprio pianeta, si sia dunque ritirata su Bauci, ritrovandosi però poi ad osservare un nuovo pianeta, e godere esclusivamente della sua contemplazione.

Dovremmo allora immaginarci una sommità piuttosto elevata: ed una moltitudine di persone in punta di piedi costantemente intente a sporgersi oltre i parapetti.

[Per seguire tutte le tappe attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

Le città invisibili – L’eterna riproposizione dello stesso

A Melania, ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo: il soldato millantatore e il parassita uscendo da una porta s’incontrano col giovane scialacquatore e la meretrice; oppure il padre avaro dalla soglia fa le ultime raccomandazioni alla figlia amorosa ed è interrotto dal servo sciocco che va a portare un biglietto alla mezzana. Si ritorna a Melania dopo anni e si ritrova lo stesso dialogo che continua; nel frattempo sono morti il parassita, la mezzana, il padre avaro; ma il soldato millantatore, la figlia amorosa, il servo sciocco hanno preso il loro posto, sostituiti alla loro volta dall’ipocrita, dalla confidente, dall’astrologo.

[Le città e i morti 1. – I. Calvino]

Col mondo greco abbiamo avuto un assaggio rispetto a cosa significhi la morte. Tuttavia, abbiamo parlato della morte solo in termini individuali, ossia in quale modo il singolo uomo greco affronti la cessazione della vita.

Calvino ci pone invece di fronte ad una seconda concezione di morte. Se per il greco la morte è interruzione naturale e prevista della vita, è un cadere nel compimento del ciclo delle stagioni e degli astri, la morte alla quale Calvino fa riferimento consiste nella permanenza.

Come può la morte permanere?

Per capirci qualcosa in più, è necessario porre al centro della discussione non più l’individuo, bensì la comunità di individui. Al centro del rapporto fra l’uomo e la morte, Calvino ci pone l’intera civiltà umana simbolizzata dalla città di Melania.

Come dichiarato apertamente, protagonista della storia della città è il dialogo. Ovunque ci si giri, pare che le persone dialoghino fra di loro. Tuttavia, laddove la dimensione del dialogo dovrebbe essere in grado di ampliare l’esistenza e di farla durare, sembrerebbe invece che la vita degli abitanti di Melania divenga sempre più sottile. Come se col passare delle generazioni il discorso potesse permanere, causando però il restringimento della vita dei cittadini.

Calvino ribalta dunque la classica (e come già abbiamo intuito fallace) interpretazione del linguaggio come prodotto dell’uomo. Non è l’uomo che fa il linguaggio, bensì è il linguaggio che fa l’uomo. Questa inversione di paradigmi già l’avevamo vista.

Ma se allora l’uomo è giocato dal linguaggio, se è il discorso il vero soggetto della storia, esso sfrutta l’uomo per permanere. Sfrutta la morte dell’uomo e il suo succedersi in future generazioni come veicolo per riproporsi eternamente uguale a se stesso. Per diffondersi silenziosamente come un parassita che non lasci scampo a versioni alternative della verità.

Questa è la malattia della quale soffre un’umanità che si affezioni ai propri discorsi. Un discorso – ossia un contenuto culturale più o meno valido – è sano solo se messo in continua discussione. È sano solo se traballante. L’attaccamento ideale, la convinzione di doversi eternamente uniformare alla legge del discorso, ha il risultato di condannare l’uomo all’appassimento.

E come Calvino bene sottolinea, col passare delle generazioni la vita dell’uomo si riduce. Si riduce poiché la libertà di creare nuovi discorsi risulta imbrigliata nelle catene del discorso dominante che non vuole tramontare. E più il discorso dominante permane, maggiore diviene la sua diffusione. Finché insomma l’assenza di alternative vanifica qualsiasi sforzo creativo. Ancora peggio: il discorso dominante, risultando l’unico discorso vivente rimasto, non fa altro che comandare la sua eterna riproposizione. L’ideologismo finisce per avere la meglio sulla realtà. Finisce per creare una realtà a sè stante, che nulla ha da spartire con la concretezza e la genuinità della vita.

In questo senso il cittadino di Melania si trasforma in un mero supporto che si consuma, garantendo il mantenimento del messaggio veicolato.

[Ho parlato di morte in senso greco in questo articolo: L’interruzione – Le Moire

Ho parlato di come sia il discorso a fare l’uomo e non il contrario, in questo articolo: L’uomo e la storia – La nascita del linguaggio

Per seguire tutte le tappe attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]