Ciclopi e Giganti – Siamo ancora capaci di GESTA GLORIOSE?

Con l’aiuto della mitologia greca, proviamo a capire la ragione per la quale parole come “Gesta” e “Gloria” non abbiano vita facile al giorno d’oggi.

Annunci

Mr. Marra, Lil Dicky e Netflix: parliamo di Pornografia, Cambiamento Climatico e Droga

Oggi parliamo di come si possa fare divulgazione efficace attorno a tematiche controverse quali la Pornografia, il Cambiamento Climatico e l’Uso di Stupefacenti.

Lasciarti al tavolino

Viver quella gioia
che ti vive:
solo averla dal di fuori,
senza nome,
attor composto in ferma scena.

Muto spettatore,
vedere quel sorriso
prima ancor che tu
sorrida.
Capirti esternamente
sotto un lampo di rullini.

E poi lasciarti al tavolino
silenziosa,
perdermi in moltitudine
di sguardi.

[S.R.]

32. Il Realismo Magico – Dino Buzzati

bty

Che strana vita, dunque. E non poter far reclami, né tentare rimedi, né trovare una spiegazione che sciolga gli animi. E non poter neppure persuadere gli altri, delle altre case, i quali non sanno. Ma che cosa sarebbe poi questa goccia: – domandano con esasperante buona fede – un topo forse? Un rospetto uscito dalle cantine? No davvero. E allora – insistono – sarebbe per caso un’allegoria? Si vorrebbe, così per dire, simboleggiare la morte? o qualche pericolo? o gli anni che passano? Niente affatto, signori: è semplicemente una goccia, solo che viene su per le scale. O più sottilmente si intende raffigurare i sogni e le chimere? Le terre vagheggiate e lontane dove si presume la felicità? Qualcosa di poetico insomma? No, assolutamente.
Oppure i posti più lontani ancora, al confine del mondo, ai quali mai giungeremo? Ma no, vi dico, non è uno scherzo, non ci sono doppi sensi, trattasi ahimè proprio di una goccia d’acqua, a quanto è dato presumere, che di notte viene su per le scale. Tic tic, misteriosamente, di gradino in gradino. E perciò si ha paura.

[Da Una goccia – Sessanta racconti, Dino Buzzati]

Per Realismo Magico, si intende una letteratura che sappia sporcare vicende verosimili di elementi non reali. Tali elementi non hanno mai significato in sé, ma sono sempre simbolo di qualcosa d’altro.

Ricordiamoci l’etimologia del sostantivo “simbolo”: mettere assieme. Riagganciare ad un significato palese, evidente, sotto i nostri occhi, un altro significato recondito e sbadatamente dimenticato, lontano.

Che cos’è dunque la goccia per Dino Buzzati?

È l’insieme di quei significati indecifrabili che non ci fan prendere sonno la notte. È quella voragine non risolvibile di meschinità, di oscenità, di terrori inesprimibili che ci avvolgono la mente quando ci sdraiamo lungo il nostro letto caldo e rassicurante.

Perché dunque si ha paura?

Si ha paura perché la goccia non è razionalizzabile: non è riconducibile ad una categoria solida sulla quale si abbia facile gioco, non è afferrabile nei suoi contorni, sfugge alle regole della materialità. Questa è la ragione per la quale, nonostante si tenti di definirla, la goccia rimane pur sempre una goccia, in quella sua semplicità drammatica, in una banalità orribile, inestricabile.

Siamo dunque giunti innanzi all’incapacità dell’uomo di trasferire portati irrazionali in contenitori razionali: l’assenza di una luce che esplori l’evento spalanca un mondo di dubbi e congetture, di tentativi fallimentari volti allo svolgimento di una matassa non senziente.

Sebbene la goccia sia veicolo di qualcosa d’altro, qualcosa che ci scava nel profondo, e che nulla ha a che vedere con la pioggia, con lo scroscio degli ombrelli o con i rigagnoli lungo le strade, la goccia rimane una goccia nella sua innocenza mondana, nel suo ticchettare fisico, amorale.

Buzzati ci vuol dire che esistono eventi innocenti capaci di aprire voragini appena al di sotto dello strato più cosciente della nostra psiche: una goccia è goccia ragazzi, perché avete paura?
Perché un fenomeno tanto banale, il cui senso è riducibile al solo fatto che si verifichi, dovrebbe tenerci svegli la notte?

Cominciamo a chiedere a noi stessi le ragioni per le quali le reazioni esuberino gli stimoli: che cos’è tutta questa irrazionale umanizzazione del reale?

[Per una lettura integrale, rifarsi a: Sessanta racconti di Dino Buzzati, Oscar Moderni, Mondadori.

Ho parlato di Dino Buzzati anche in questo video: Esistono davvero Menti Semplici e Menti Complesse?

Ho parlato del valore del Simbolo in questi video:
Cesare Pavese fra Infanzia e Simbolo
Come ripercorrere i propri simboli]

Fermarmi a margine

Farmi un poco a lato,
fermarmi a margine palese del divieto.

Star lì a chiederti del nulla,
a viso quieto:
vuoto sole a morta luna,
amor consueto.

Chieder quello che gli altri
hanno già chiesto,
non veder che l’ombra nel cratere.

Sedermi appresso,
mai a mancarti di rispetto
e poi sottrarmi con piacere
al tuo cospetto.

Non far nulla che non vuoi,
ma esser nulla nel tuo tutto.

Farmi un poco a lato,
fermarmi a margine cortese di quel lutto.

[S.R.]

Trovarti laddove non ti penso

Non
ti ho cercata
laddove non potevo.

Aspettarti all’altro capo, trepidante
e poi lasciarti prendere quel treno.
Vederti scegliere col dito
una figura in mezzo al nero,
ma sfuggirti, in lontananza,
al primo cielo.

Non risponderti quando non
mi chiami,
dimenticarmi il tuo nome con giudizio.

Non esserci quando non ci sei,
per te.
Fare a gara disperata con le prove nello specchio,
poi star muto al tuo silenzio.
Trovarti un briciolo di senso
e darlo ai muri.

Sorridere all’assenso,
se concedi,
trovarti laddove non ti penso.

[S.R.]

Zibaldone – Il Nuovo e l’Usuale

L’efficacia dell’espressioni bene spesso è il medesimo che la novità. Accadrà molte volte che l’espressione usitata sia più robusta più vera più energica, e nondimeno l’esser ella usitata le tolga la forza e la snervi; e il poeta sostituendo in suo luogo un’altra espressione men robusta, forse anche men propria ma nuova, otterrà un buon effetto sulla fantasia del lettore, ci sveglierà quell’immagine che l’altra espressione non avrebbe potuto eccitare; e la sua frase sarà veramente più efficace, non per se stessa, ma per la circostanza d’esser nuova.

[Zibaldone di pensieri – G. Leopardi]

Che differenza corre fra una parola comune e una parola rara?

Generalmente, a far la differenza sono i sorrisi che seguono all’espressione inusuale, la quale talvolta può persino far scaturire qualche risata. Questo è ciò che accade nel linguaggio parlato.

L’ingresso di una parola non comune causa scoppi di ilarità: ma per quale ragione?

Esistono risate di gusto – quelle sincere, per lo più – esistono risate di circostanza. E poi esistono quelle risate che interessano a noi oggi: le risate d’allontanamento.
Di fronte all’impossibilità di incamerare con immediatezza il significato che la parola porta, noi ridiamo. Ridiamo per scrollarci goffamente di dosso qualcosa che non afferriamo al volo, la cui comprensione non viene automatica, non è di casa. Ridiamo per celare il buio dell’incomprensione con un gesto di salvataggio.

Se da un lato l’espressione inattesa causa una certa quota di disagio, ha ragione Leopardi nell’affermare che l’espressione usitata rischia invece di togliere forza a se stessa: a furia d’esser ripetuta, non richiede più uno sforzo di comprensione. Non dobbiamo più soffermarci a pensarne il significato.

Che cosa è meglio usare dunque?

Un’espressione comune rischia di schiacciarsi sullo sfondo del suo contenuto: a furia di sentirla ripetere, ne incameriamo a tal punto il contenuto semantico, da non accorgerci più dell’esistenza delle parole. Non ci fanno sorridere le sillabe, non ci accorgiamo nemmeno del supporto lessicale che veicola il messaggio. Tutto ciò è chiaramente utile in senso pratico: se ogni volta che parliamo dovessimo aprire un vocabolario o soffermarci sul significato profondo dell’espressione, non andremmo molto lontano.

Il problema però rimane: procedendo esclusivamente in questa maniera, ci dimentichiamo del supporto. Ci dimentichiamo dell’esistenza delle parole.

Introdurre il nuovo significa ricordare all’ascoltatore oppure al lettore che il linguaggio esiste, che in un certo qual modo è materia, è sostanza pulsante. Ne abbiamo parlato citando la metanarrazione in Calvino.

Come dice giustamente Leopardi, non conta tanto quale sia il contenuto dell’espressione inusitata, ma piuttosto a valere è proprio il fatto che sia inusitata. Il fatto che nessuno l’abbia mai sentita prima obbliga ad accorgersi della sua esistenza.

Ascoltare, leggere, scrivere parole nuove, ci aiuta a capirle. Ci aiuta a riscoprirne le pieghe sillabiche e i toni musicali, a dar loro nuovo peso, a farle vivere oltre il proprio ruolo di medium, di veicolo inerte.

[Ho parlato per la prima volta di Zibaldone di pensieri, in questo articolo: Zibaldone – Bellezza o Imitazione?

Ho parlato di Metanarrazione e Italo Calvino in questo video: Che cos’è la Metanarrazione?]

CREDERE IN SE STESSI

Il sole pioveva trafitto da un’ombra sopra una vecchia panchina. Era un pomeriggio di quelli annegati in un bagno d’inedia, e sedevamo scomposti. Non c’era molto da fare a quei tempi, non molti pensieri dietro lunghe giornate di giugno. Il parchetto era a metà strada fra un’oasi imprevista e una riserva violata. Nessuno badava.

Ad un tratto quello più alto ruppe il muro di noia. “Ragazzi” disse, agitandosi un poco nel caldo “Ma voi in Dio ci credete?”. Alla domanda seguirono isteriche risate, qualche colpo di gomito. Solo l’asfalto parlò a quel silenzio. Pensai allora che tanto valeva esser sinceri. “No, non ci credo.” Lo dissi ed era vero, all’epoca. “Però credo in me stesso.”

Assieme al sole scrosciarono altre risate. Qualcuno mi diede una pacca, qualcun altro mi gettò solo una smorfia di scherno.

Poi tornò quel ronzio di quando i pensieri son pochi e qualcuno pensò bene d’andare a prender qualcosa da bere.

——————

Credere in se stessi.

Se ci ripenso a distanza di anni, ricordo qualche viso imberbe e una certa quota di genuina incoscienza, di quando son le parole a dominarti e non il contrario.
Di quando le parole son molto di più di quello che tu possa capire: paroloni in bocca a bambini.

Eppure, si ha davvero torto a quell’età?

L’adolescenza è l’età dei giochi e del sogno, l’età nella quale le parole sono grandi, sono pure, sono pericolose.

Vedete, un adulto fatica ad accettare anche solo l’idea di poter pensare “Io credo in me stesso”, mentre un adolescente getta quelle parole al vento, con slancio e con foga, per poi dimenticarsele quasi subito, per riderci sopra, per dire che in fondo valgono tutto e niente, che è bene non prendersi troppo sul serio.

Ecco, forse “credere in se stessi” significa davvero non prendersi troppo sul serio.
Significa sbarazzarsi di questi nostri corpi, ingessati sotto il nodo di una cravatta: smuovere l’immobilità dei ghiacci.

Invecchiamo diventando sempre più grigi, sempre più formali. Sempre più esatti, sempre più precisi nella nostra remissività. Sempre più adeguati, sempre più immobili. Racchiusi in quella rinuncia che non smuove un centimetro del nostro viso, che non ravviva gli animi, che non smorza le catene.

Sempre più asciutti, sempre più sicuri, sempre più decisi. Sempre più meschini, sempre più intolleranti, sempre più rassegnati.

Sempre più rassegnati all’idea di noi stessi, puliti impiegati di quartiere. Sempre più alla mano, sempre più cortesi. Sorridenti, sempre, ma senza saperlo. Sempre in ordine, sempre asciutti e decorosi.

Forse da adulti non avremmo più la pacca sulla spalla, non più la risata che demitizza il concetto, la noncuranza di chi sfida se stesso per incoscienza, per mancata esperienza: tutto questo forse non tornerebbe più.
Ma tornerebbe il coraggio di star di fronte alla propria insignificanza. Saper credere in se stessi significa concedersi il diritto di essere inadeguati innanzi alla necessità di realizzarci nella vita.

Ci sentiamo ridicoli perché desideriamo un pensiero così grande, da sapere in partenza di non saperlo realizzare. Il disegno eccede il prodotto, e allora rinunciamo.

Ma qual è l’alternativa?
Tramutarsi in cadaveri travolti dalle acque, in attesa d’esser scaricati sul fondo del mare?

[Ho parlato di Desiderio di realizzazione in questo video: Etimologia: DESIDERIO]