Che cosa i poeti vedono – La viva morsa della morte

Ungaretti

Risvegli

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

[Allegria di naufragi – Giuseppe Ungaretti]

C’è una vita che s’irradia nel tumulto della vita.
Una vita lontana, fatta di concitazioni e pianti, di corse sfrenate e spegnimenti, d’esistenze soffocate. Questa vita s’allunga fino all’ultimo trambusto della sera, fino a che l’ultima luce sarà spezzata dal nero silente della notte, e nulla di coscienzioso più avrà senso.
È una vita che si riempie di vita e che non sta ad osservarsi, non sa guardarsi da fuori, da dietro quell’angolo appena svoltato dove una bimba curiosa si sporge oltre le gambe della madre, e il carrello dei gusti già se n’è andato.
È la vita che si lascia battere sul tempo da un’altra vita. È una vita che anticipa sul tempo l’altra vita, che ancora non si lascia afferrare, che ancora cede sotto i colpi di un tempo continuo e concitato, tumultuato, cieco.

C’è una vita che si allunga nel riverbero lontano di uno strazio senza fondo. È un sibilo tirato che si schiaccia sullo sfondo delle luci di sirena, mute nel girare netturbino sulle strade più veloci. C’è qualcosa che ci investe nel tepore rammollito delle sette di mattina, langue il sole in una chiazza appena calda che ci intride il basso ventre.

È lì che torna nel cadavere riverso del ricordo la viva morte dell’amico.
Torna a scorrer nel sangue l’emozione della carne, un brivido scosceso ceduto in bilico alla brina della sera.

Torna l’urlo del leone e ammutolisce la gazzella nel pascolo dell’erba.

Torna a cuocere la vita.

Cosa è meglio fra il tepore un po’ sconnesso delle menti appena nate, ed il riverbero tagliente di una vita che ritorna, di un sibilo nascosto dietro al tempo degli scoppi, delle morti ripiegate sul morbido fogliame?

Giaciamo ammutoliti nella viva morsa della morte.

[Ho parlato di Giuseppe Ungaretti anche in questo articolo: Che cosa i poeti vedono – L’inesprimibile]

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