Zibaldone – Come stabiliamo che cosa è bello?

L’altro se il prototipo del bello sia veramente in natura, e non dipenda dalle opinioni e dall’abito che è una seconda natura. […] osservo che a noi par conveniente a un soggetto (e la bellezza sta tutta si può dire nella convenienza) quello che siamo assuefatti a vederci, e viceversa sconveniente ec. e però ci par bello quello che ha queste tali cose e brutto o difettoso quello che non le ha: benché in natura non debba averle e viceversa.

[Zibaldone di pensieri – G. Leopardi]

Da dove origina l’idea di bello che ciascuno di noi si fa nella propria mente?

La risposta più genuina che verrebbe da darsi è che derivi da un’immagine che la natura ci restituisce. Prima di costruire villaggi e città, prima di intraprendere una lenta marcia verso l’urbanizzazione e verso un pervasivo isolamento artificiale, l’uomo era immerso nella natura. Dunque gli elementi per stabilire che cosa fosse il Bello e cosa il Brutto dovevano necessariamente passare da lì.

Sulla base di questa osservazione, l’uomo stabilirebbe che un pesco in fiore sia più bello di un pino marittimo perché la definizione di bellezza sta dentro la natura. È l’essenza del pesco ad essere in sé esteticamente più meritevole di quella del pino. La natura, osservata dall’uomo, gli restituisce tutte quelle categorie che già implicitamente possiede. L’uomo dunque subirebbe passivamente l’archetipo di tali categorie, assumendo per natura le qualità da attribuire alle diverse componenti del mondo.

Eppure – dice Leopardi – per quanto ragionevole, questa assunzione non regge tanto. Non regge tanto perché in fondo a ciascun essere umano piace solo ciò che gli è stato insegnato di farsi piacere.

L’esempio che il poeta porta è valido ancora oggi: i Dobermann per natura hanno orecchie ampie e flosce e coda lunga. Eppure a noi piacciono con le orecchie spuntate e dritte e con un moncherino al posto della coda.
Insomma non ci piace il riflesso del mondo attraverso le fattezze di natura, non ci piacciono le linee che la natura ci rimanda. Ci piace qualcosa d’altro la cui origine è ignota e il cui senso è irrintracciabile.

Ancora più interessante risulta l’esempio della moda e del genere femminile: le donne nascono con i peli tanto quanto gli uomini, nascono struccate tanto quanto gli uomini, eppure agli uomini non piacciono donne che somiglino loro, o che comunque ricordino anche solo vagamente la loro primitiva origine bestiale.

Il dilemma iniziale allora rimane, sostando in bilico sulla totale incapacità da parte dell’individuo di comprendere da dove derivino tutte quelle categorie delle quali fa quotidianamente uso e per giunta con totale noncuranza.
Additiamo cose e le chiamiamo ripugnanti, obsolete e deprecabili, ma non sappiamo perché.

Qui Leopardi tocca davvero un punto molto sottile di questo macchinario umano avanzante e autodeterminante, che si fa da sé ma non sa bene come, che è vissuto da categorie che esso stesso ha creato ma che non riesce mai ad afferrare pienamente.

Mentre la civiltà avanza, procede digerendo le proprie usanze e i propri credo in maniera sistematica e inarrestabile, il singolo individuo che si soffermi a pensare, che voglia credersi padrone dei propri valori e delle proprie decisioni, si ritrova invece giocato dal peso di una storia inestricabile che inevitabilmente lo precede e lo determina.

[Ho parlato di Zibaldone di pensieri, anche in questi articoli:
Zibaldone – Bellezza o Imitazione?
Zibaldone – La Meraviglia e il Mirabile]

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