Che cosa i poeti vedono – Complessità

Buzzati legge“Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colma di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di sé una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade sugli ultimi raggi. Ed io sarei solo.
È inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu – adesso ci penso – sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili da valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.”
[Da Inviti superflui – Dino Buzzati]

Fino a questo momento, ci siamo abbondantemente occupati di comprendere come la sensibilità percettiva dei poeti sia in grado di registrare il mondo.

Nulla tuttavia, è stato ancora detto sul rapporto concreto che intercorre fra il poeta e le altre persone.

Per capire qualcosa di più, è necessario dunque introdurre una definizione della nostra interiorità che ne descriva la struttura.

Pertanto, in estrema semplicità, potremmo considerare che al mondo esistano due modalità secondo le quali l’interiorità di un individuo si può strutturare.
Esistono allora persone che, ancora una volta volendo elidere eventuali sfumature, potremmo definire dall’animo leggero, e poi esistono persone dall’animo greve.

Sulla base di questa approssimazione, ci è forse concesso di fare un passo ulteriore, e dire che le persone dall’animo leggero sono anche quelle più spontanee, che tendono a dare molto al mondo, mentre quelle dall’animo pesante tendono a tornar molto su se stesse, a concedersi meno.

Se fino a questo punto il ragionamento è ancora valido, ne consegue che le persone dall’animo leggero sono anche quelle con un’interiorità più semplice, mentre le persone dall’animo pesante quelle con un’interiorità più complessa.

Un’immediata precisazione: in questa sede non si sta parlando di intelligenza. Siamo proprio su due piani totalmente differenti. Semplicità e complessità, come sarà a breve chiarito, sono attributi dell’anima, ovvero di come la nostra interiorità si strutturi, e non riguardano affatto le nostre abilità psichiche o le nostre capacità percettive. Pertanto prego di far cadere qualsiasi interpretazione di natura discriminatoria.

Risalendo al significato di questa importante distinzione. Le persone più spontanee non hanno obiettivamente tempo di ripiegarsi su loro stesse, poiché la loro intera vitalità è protesa nell’atto entusiasta di donarsi al mondo. Ciò rende la loro essenza più limpida, decisamente meno difficile da intuire, ma soprattutto immediata.

Ben altro discorso è da farsi per una natura complessa. La continua riflessione ripiega l’interiorità su se stessa, e maggiore è il tempo speso su di sé, più elevato diviene il grado di tale rivolgimento. In altre parole, al crescere di quel desiderio di comprensione di sé, aumenta anche la distanza fra quella persona e tutte le altre.

Ora, tutta questa introduzione per affermare quanto segue. Laddove per un animo complesso è relativamente facile carpire l’essenza di un animo leggero, purtroppo non si può dire che lo stesso valga anche al contrario.

Questa è la ragione per la quale alcune persone vengono definite misteriose, dove il mistero non è altro che quella complessità percepita come incompiutezza. È l’inafferrabilità di quel tutto che vive dentro l’altro.

Un’affascinante avventura per l’animo leggero, una condanna indicibile per quello greve: poiché mentre il primo si sente attratto da un ignoto che non lo abita e che mai potrà afferrare fino in fondo, e questa è già una ragione sufficiente a giustificare un cammino di conoscenza pressoché interminabile, sul secondo grava il costante timore di non esser mai capito sul serio.

Detto questo, se ce ne sarà occasione, torneremo su tali concetti. Concedendoci magari un livello di approfondimento ulteriore.

Simone

[Il testo integrale di Inviti superflui è possibile reperirlo in rete con facilità. Ed è, in ogni caso, presente in diverse raccolte antologiche, come ci accadrà di scoprire quando torneremo a parlare di Buzzati.]

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Così parlò Zarathustra – Il fanciullo

“Ma ditemi, fratelli, che cosa sa fare il fanciullo, che neppure il leone era in grado di fare? Perché il leone rapace deve anche diventare fanciullo?
Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì.”
[Delle tre metamorfosi – Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche]

Ecco che le parole di Nietzsche assumono sul serio un significato determinante.

In prima battuta, il fanciullo è innocente.

Ora, cerchiamo fin dal principio di non utilizzare questo termine con quel suo significato valido solo per il mondo degli adulti. Oggigiorno infatti lo si usa soltanto per sollevare l’imputato dall’accusa.

Spesso si sente dire “Ma era così innocente da piccolo”. Questa è un’affermazione scorretta, poiché o si è innocenti, oppure non lo si è.
Non si può misurare quantitativamente l’innocenza, ma solo definirla qualitativamente: l’impiego del ‘così’ è significativo, dal momento che ci ricorda quanto l’idea di colpa sia insita nella nostra cultura. In principio eravamo così casti e puri, ma poi il peccato è rovinosamente piombato su di noi.

Innocente deriva dal latino in (non) nocens (che nuoce): colui che non nuoce e dunque non nuocerà. Non colui che deve difendersi dall’accusa di averlo fatto.

Questo significato è fondamentale poiché, anche in lingua corrente, è valido solo per i bambini: essi non hanno in potenza la facoltà di fare del male, mentre gli adulti sì.

Innocenza è oblio.

A quanti di noi, non viene giusto in mente una bella voragine profonda e tenebrosa? L’oblio non è forse il nulla?
Affatto. Oblio è dimenticanza: al fanciullo non nuoce dunque dimenticare per poter iniziare di nuovo.

Questo il fanciullo sa fare, che il leone non può: un nuovo inizio, un nuovo moto.
Se diamo un’occhiata ai nostri bimbetti, ci rendiamo subito conto che non hanno alcuna misura del concetto di fine. Mille volte a rivedere lo stesso film, centinaia di volte il papà che fa scendere la macchinina dalla rampa. Ancora e ancora. Non si stancano mai.

L’infanzia è il luogo della ripetizione sempre diversa. Esiste solo un eterno riproporsi dell’inizio.

E finalmente arriviamo al sacro dire di sì.

Ebbene, al giorno d’oggi il termine sacro è sulla bocca di tutti e ognuno gli dà un po’ il significato che vuole.
In realtà, sacro vuol dire separato, ovvero avvinto da un’esperienza che nulla ha di umano. Se ci pensiamo un attimo, un oggetto sacro porta un significato che rimanda a un’esperienza oltre le possibilità dell’uomo. I luoghi sacri fisici sono di fatto separati da tutte le altre strutture comunitarie.

Il contrario di sacro è pro-fano (davanti al tempio), per indicare il luogo nel quale devono restare coloro ai quali l’accesso al sacro non è concesso.

Sacro e profano sono dunque aggettivi di luogo, che indicano una separazione fisica. Mescolare il sacro con il profano: far stare fisicamente assieme due cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra.

Seguendo il ragionamento, appare chiaro come il fanciullo non possa nuocere né a sé, né tantomeno agli altri, in virtù di quella dimenticanza che lo separa dall’uomo.

Egli può finalmente aspirare alla dimensione di Über-mensch: Oltre-l’uomo.

Una nota: i totalitarismi dello scorso secolo mutuarono dal tedesco un significato inesatto, coniando (in italiano) il termine Super-uomo. Lo fecero solo per giustificare le loro azioni deplorevoli.

Quindi, per favore, diamo ai concetti le traduzioni che loro competono.

Simone

[Ho parlato della metamorfosi da cammello a leone in questo articolo: Così parlò Zarathustra – Il leone
Ho parlato per la prima volta di Così parlò Zarathustra in questo articolo: 12. Il tramonto – Friedrich Nietzsche]

18. Specchi – Jorge Luis Borges

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“Hume, una volta per tutte, osservò che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima replica e non infondono la minima convinzione. Questo giudizio è verissimo sulla Terra, falsissimo su Tlön. Le nazioni di questo pianeta sono – congenitamente – idealiste; il loro linguaggio e le derivazioni del loro linguaggio – religione, letteratura, metafisica – presuppongono l’idealismo. Il mondo, per coloro, non è un concorso di oggetti nello spazio; è una serie eterogenea di atti indipendenti; è successivo, temporale, non spaziale. Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono gli idiomi e i dialetti ‘attuali’, non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c’è parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell’ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere lunò, Upward, behind the onstreaming, it mooned).”
[da Tlön, Uqbar, Orbis TertiusFinzioni, J. L. Borges]

George Berkeley sostiene che la realtà materiale non esista. L’idealismo puro, ammette infatti che il mondo esista soltanto quale percezione sensibile di quelle idee che appaiono nella nostra mente.

L’essenza di Tlön gravita dunque attorno a questo assunto. Non potendo fare alcun riferimento ad oggetti fisici, tutte le componenti della realtà di Tlön esistono quali istanti percepiti (temporali) e non hanno alcuna connotazione spaziale.

Inoltre, le esperienze su Tlön sono vissute come risultato di azioni mentali: è dunque improprio sostenere che un qualsiasi fatto avvenuto precedentemente ad un altro, in qualche maniera abbia con esso una qualsiasi relazione. Essendo tutta la realtà (percepita) una sequenza di stati mentali, il prima e il dopo possono essere affiancati solo come prodotti di pensiero, ma non esiste fra essi alcun rapporto fattuale.

In base a queste premesse, su un pianeta del genere, umane discipline quali la scienza, la letteratura e la filosofia non dovrebbero esistere. Tuttavia esse si moltiplicano, quali forme di un dialogo assurdo nel quale (come abbiamo stabilito in principio) non possono che essere presentate sotto forma di associazioni di idee.

Allora, se volessimo davvero banalizzare le parole di Borges impiegando un’impropria ed estrema sintesi, dovremmo dire che Tlön è un pianeta la cui esistenza si fonda sull’inammissibilità dell’esistenza.

Questo gioco ideale non è però del tutto innocuo. Infatti l’intera vicenda ruota attorno al ritrovamento nel mondo terrestre (quello concreto), di un volume dell’enciclopedia tlönista. Il racconto del narratore, attraversando le parole del tomo (racconto che ci permette di scoprire le qualità di questo mondo), progressivamente immette proprietà immateriali di Tlön all’interno della realtà fattuale della Terra.

In buona sostanza, l’idealismo totale comincia a prender piede nella nostra realtà, fino a venir quasi silenziosamente accettato.

Tutto molto interessante. Ma che cosa avrebbe a che vedere con noi?

Ebbene, anche se con fatica riusciamo davvero a rendercene conto, nella nostra realtà concreta già da tempo vive una certa dimensione ideale, che non è affatto quella della nostra mente.

La realtà delle reti, quella che potremmo definire virtuale, ha di fatto soppiantato la nostra esistenza materica. Tentiamo, anche se quasi vanamente ormai, di rimanere aggrappati ad una definizione solida della nostra vita. Ma pensandoci per un momento, non ne siamo più molto capaci.

È bene allora iniziare a concepire il nostro vissuto come in predominanza virtuale, e assumere il nostro involucro materico (il quale include tutte le esperienze sensibili che possiamo compiere) come subordinato.

Solo alla luce di questo, ci sarà forse possibile considerare con lucidità, le eventuali conseguenze di un mutamento di paesaggio tanto spinto.

Ci occuperemo più avanti di comprendere cosa comporti un cambio di paradigma così rivoluzionario.

Simone

[Per una lettura integrale, Finzioni di Jorge Luis Borges, ET Scrittori, Einaudi.]

L’uomo e la storia – La nascita del linguaggio

Al di là di come i fatti si siano effettivamente verificati da un punto di vista evolutivo, la domanda che a tutti gli effetti sorge spontanea, è la seguente: ma che cosa ha permesso all’umanità di garantirsi un tale successo sulla Terra?

Il linguaggio. Ma con una fondamentale precisazione.

Siamo infatti abituati a considerare il linguaggio, quale strumento nelle mani dell’uomo. Più parole introduco nella mia mente, maggiore è la possibilità che ho di conoscere il mondo, e magari di dialogare in maniera costruttiva con i miei simili. L’uomo che crea volontariamente il linguaggio.
Tuttavia, questo modo di veder le cose, non è che sia davvero così corretto.

E qui dobbiamo veramente compiere uno sforzo di massima concentrazione.

Non è l’uomo a creare il linguaggio, bensì è grazie al linguaggio che l’uomo può emergere.

Proviamo ad ipotizzare di essere il primo ominide a riconoscere il linguaggio come tale. Il primo a scoprire il linguaggio.
Io (ominide), in principio non so di esserci. Sono ancora parte di quello sfondo eterno che è la natura. Poi all’improvviso accade che io emetta un suono. Durante l’emissione del suono da parte della mia bocca, io sto ufficialmente pronunciando la prima parola della storia dell’umanità.

Ho dunque creato un linguaggio? Ovviamente no, perché se il fenomeno terminasse qui, io non avrei mai coscienza di ciò che ho fatto.

Eppure, il suono ritorna alle mie orecchie e assume senso. Presa di coscienza: straordinario, finalmente esisto.

È dunque la parola, o comunque la si voglia chiamare, a tirarmi fuori dalla mia eternità. Sono chiamato fuori in quanto strumento nelle mani di un linguaggio che mi fa finalmente esistere.

Se non ci fossimo ancora convinti, basta pensare ai bambini. Hanno bisogno del linguaggio per prendere coscienza della loro differenza dall’Altro.

Infatti da piccoli sono molto confusi. Quando parlano in terza persona di se stessi, della serie “Simone mangia il gelato” invece di “Io mangio il gelato”, è perché cominciano a capire che Simone esiste, ma non sanno bene chi Simone sia. E ciò è anche dovuto al fatto che i genitori stessi gli parlano in terza persona, perché sanno che all’inizio il bambino deve capire chi siano mamma e papà. Cioè che cosa si intenda per mamma e che cosa per papà.

E ancora. Da dove crediamo che ci sia giunta la brillante idea di pronunciare dei suoni? Ovviamente dalla natura, la quale è assai rumorosa. Probabilmente quel famoso primo ominide deve aver udito un certo suono e aver poi tentato di riprodurlo.

Tutto questo per arrivare ad una drammatica consapevolezza. Se è il linguaggio a fare noi e non il contrario, significa che noi siamo sottesi al linguaggio.

In altre parole, il linguaggio è il nostro limite.

La conoscenza umana rientra nel limite dei discorsi. Che io sia un letterato, un fisico, un biologo o un matematico, per spiegarmi devo fare un discorso. E la verità del mio discorso, può essere contestata solo attraverso un altro discorso. Non abbiamo cioè un modo per indagare l’essenza stessa del linguaggio. Non sappiamo se il linguaggio (in quanto strumento) porti a verità.

In soldoni, la verità del linguaggio non può essere oggetto di domanda, poiché tertium non datur. Siamo dunque di fronte a quella che i greci chiamano ἀπορία (aporìa), ovvero un problema irrisolvibile. A meno che non si accetti l’esistenza di Dio, ovvero di una parte esterna alla natura umana. Esistenza che comunque apre ben altre questioni di conoscenza, fra le quali da dove Dio salti fuori. E poi nominare lo stesso Dio lo fa inevitabilmente ricadere nei limiti di un discorso.

Ora ritorniamo un attimo alla nuova asserzione: è il linguaggio a fare l’uomo e non il contrario.
Da ciò deriva che l’inizio della τέχνη (Techne, ovvero della tecnica) coincide proprio con la scoperta del linguaggio da parte dell’uomo.

È quindi importante considerare qualunque discorso sul rapporto uomo-macchina (di cui ci occuperemo), assumendo che esista l’uomo solo laddove esiste la tecnica. Non il contrario.

Simone

Attraverso le metamorfosi – La solitudine

Con il concetto di solitudine, arriviamo sul serio al cuore della questione nietzschiana.

Tuttavia, dobbiamo per prima cosa intenderci sull’interpretazione di questo termine.

Al giorno d’oggi, è senza ombra di dubbio la parola più terroristica che si possa menzionare in un ambiente pubblico. Terroristica proprio nel senso che incute terrore il solo udirla.
Frasi del tipo “Ho paura di rimanere da solo” sono sulla bocca di tutti.

Ecco, questa affermazione è solo un pessimo tentativo di limitare il concetto di solitudine all’ambito sociale. Come se la solitudine fosse solo una questione di corpi che stanno con altri corpi, una questione di dividere il tempo con gli altri.

Bene. Del problema legato ad una solitudine sociale magari ci occuperemo più avanti. Per il momento dunque, cerchiamo di dimenticare questo aspetto.

Proviamo invece a considerare la solitudine come la più alta virtù alla quale il genere umano possa aspirare. Una solitudine come stato della nostra interiorità e non come mancanza di socialità.

Che cosa potrebbe significare questo?

Esiste solitudine genuina, solo qualora esista una verità personale. Riflettiamoci un attimo.

Trascorriamo vite intere in quel tentativo di adeguamento che è l’esistenza di gruppo. Eppure, se ci soffermassimo per un istante davanti alla nostra verità, di una cosa ci renderemmo conto: siamo soli.

Io sono solo di fronte alla mia verità: essa è agli altri inaccessibile.

Pertanto, questa è la prima vera presa di coscienza: parlerò di me e non sarò capito, cercherò di spiegarmi e l’altro avrà compreso una porzione minima di quello che volevo dire.
È inutile negarlo: non esiste aderenza completa fra la nostra interiorità e la comprensione offerta dal mondo.

Ebbene, se questo assunto è valido, allora dobbiamo sentirci soli almeno una volta nella vita per sapere con certezza di essere sulla strada giusta. Navigare verso le profondità delle cose particolari del nostro animo, per necessità ci allontana da una vita comunitaria. Da un’esistenza di illusoria e immediata comprensione reciproca.

Ma c’è dell’altro.

È infatti laddove non ci ri-conosciamo più, che finalmente ci conosciamo sul serio.
In poche parole: per incontrare la nostra verità più intima, dobbiamo spogliarci di quell’abito conoscitivo che troppo spesso ci piace indossare. Quella consuetudine nella quale neanche più riconosciamo le differenze. In tal modo, quella con la solitudine deve essere una lotta lacerante volta alla nostra riemersione.

Genera dolore tutto questo? Senza dubbio.
E infatti subito a far finta che questa roba qua non esista, che la solitudine sia una cosa brutta e cattiva.

Ma cerchiamo di vederla in un altro modo: quanto può essere affascinante una sfida che ci obblighi a riconoscere noi stessi come irriducibili all’altro, e dunque ci spinga in un eterno tentativo di raccontarci?

Chiunque vuole esser sul serio compreso dagli altri. Ma affinché questo accada, bisogna in primo luogo essere leali di fronte alla propria verità.

Se allora ritorniamo al nostro amato cammello protagonista di quella sfrenata corsa lungo il deserto, ci rendiamo conto che esso deve irrimediabilmente perdersi, per potersi ritrovare autentico.

La solitudine vera è dunque un definitivo smarrimento della sovrastruttura del sé.
Da ciò poi può conseguire l’irreversibilità della metamorfosi e la nascita del leone.

Simone

[Ho parlato per la prima volta di metamorfosi in questo articolo: Così parlò Zarathustra – Il leone]

Il terrore del padre – Crono

Francisco_de_Goya,_Saturno_devorando_a_su_hijo_(1819-1823)
Saturno devorando a su hijo, Francisco de Goya –  1821-23Museo del Prado, Madrid

La vittoria di Crono sul padre Urano, non concede in realtà al figlio di aspirare ad un ruolo genitoriale migliore. Al contrario, udendo una profezia in base alla quale uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato, Crono seguita a divorarli uno dopo l’altro.

Abbiamo già parlato di quanto sia importante la morte simbolica del padre. Ma cosa accade, se egli non vuol farsi da parte?

Ancora una volta è bene soffermarsi sul valore educativo di un messaggio del genere. Il limite di Crono, ossia il limite del padre, è sempre quello di volere che il figlio diventi esattamente ciò che lui era. Divorando i figli, Crono non desidera altro che la sopravvivenza della sua immagine nelle generazioni successive.
Egli dunque prova quel terrore metafisico di non poter sopravvivere alla propria generazione.

E qui giunge davvero quell’imperativo di fronte al quale nessun genitore dovrebbe sottrarsi: esiste la possibilità che i figli non rispecchino quanto il genitore si aspetta.

Ora, crearsi delle aspettative sui propri figli è il male.
Aspettativa in questo caso è sinonimo di pregiudizio: significa farsi un’idea scorretta attorno all’essenza di un altro, solo perché si decide di considerare esclusivamente il proprio paesaggio.

Questo genere di atteggiamento può comportare gravi ripercussioni.

Da un lato il disappunto dei genitori è vissuto dal figlio come un’ingiustizia. E dall’altro i genitori vivono la loro esperienza educativa quale un fallimento completo: si sentono cioè di aver sbagliato qualcosa.

Nasce pertanto un equivoco con conseguenze a breve termine decisamente disastrose. Durante l’adolescenza poi, il senso di inadeguatezza può crescere a tal punto da portare ad una incomunicabilità forzata.
E già l’adolescenza è cammino complesso: cerchiamo almeno di non complicarci la vita.

Ma c’è di peggio.

Infatti, l’ipotesi che abbiamo appena descritto, prevede che il figlio si renda conto del pregiudizio che gli gravita attorno. Ma nella maggior parte dei casi, quando siamo giovani non abbiamo le risorse per comprendere fino a che punto un certo tipo di pressione latente possa influenzarci, oppure semplicemente non abbiamo la forza di ribellarci.

Quindi, seppur secondo una modalità inconscia e a tratti di difficile identificazione, la vita di questi ragazzi comincia a prendere una piega che in realtà non apparterrebbe loro per natura.
Si comincia dalla scelta delle scuole superiori, poi si prosegue con l’università. Nel frattempo il giovane si convince di aver preso una direzione indipendente e volontaria. Ma spesso non è così.

I problemi infine riemergono verso la mezza età, quando il non-più-ragazzo si rende conto che a vent’anni avrebbe voluto studiare fisica invece di giurisprudenza.

Lasciar agonizzare le proprie aspettative sui figli è doloroso, ma è anche sano. Istintivamente, qualunque genitore vorrebbe che il figlio si rispecchiasse in lui. Ma ad un certo punto, compiuto il ruolo educativo di base, è necessario lasciar andare le briglie e limitarsi a ricoprire un ruolo affettivo.

Sostenere le scelte.

Simone

[Ho già parlato del ruolo del padre in questo articolo: La figura del padre – L’evirazione di Urano]

Osservatorio etimologico: sguardo scopico e sguardo contemplativo

Forse non ce ne siamo mai resi conto, ma esistono due modalità attraverso le quali è possibile gettare un’occhiata attenta sul mondo.

σκοπεῖν (skopein) in greco, viene tradotto con il verbo osservare. Tuttavia, in italiano ci verrebbe più naturale associarci un altro verbo, ovvero scoprire. In effetti, se ci pensiamo un attimo, scoprire non vuol dire tanto trovare qualcosa di nuovo, ma piuttosto rivelare qualcosa che già c’era, ma era di difficile individuazione.

In senso scientifico, questa definizione calza molto bene. Uno scienziato non scopre qualcosa di nuovo, bensì osserva meglio ciò che già c’era prima. In sostanza, rivolge sul mondo uno sguardo indagatore, che agisce proprio in vista di uno scopo. Il telescopio è uno strumento che esiste per vedere meglio gli oggetti celesti lontani. Il microscopio per vedere gli oggetti fisici molto piccoli. Sono mezzi che esistono in funzione dell’obiettivo per il quale sono stati ideati.

Esiste poi un altro genere di sguardo, che nei fatti è privo di scopo.

Un greco avrebbe detto ὁράω (pronunciato horào): (io) vedo. Per arricchirne il significato, dovremmo utilizzare il verbo contemplare. Quando ci si perde nell’oggetto osservato, i presupposti dell’atto di osservare vengono meno. Ed è da qui che nasce il senso della meraviglia o del sublime.

Ancora una volta, abbiamo esempi molto classici. Un pan-orama, altro non è che uno sguardo gettato sul tutto. Uno sguardo che si perde nel tutto.
Un caso simpatico: il cartone animato Futurama, porta nel nome il significato di “sguardo gettato sul futuro”.

Ora, sebbene sia chiara l’importanza di entrambe le tipologie di sguardo, è altrettanto vero che quello contemplativo non sembra avere vita facile nel ventunesimo secolo.

Il verbo contemplare non si usa mai, se non per chiedere con sarcasmo “Stai contemplando qualcosa forse?”, della serie che ti dovresti pure dare una mossa.
In soldoni, la volontà di perdersi in qualcosa di inutile sta diventando inammissibile.

Lo sguardo scopico, per quanto fondamentale e imprescindibile in termini di progresso globale, non presuppone alcun tipo di piacere nell’atto di osservare. Esso vuole solo dissezionare l’oggetto guardato, per poi impostare un nuovo obiettivo a partire da quello appena enucleato.

Ne abbiamo già discusso parlando di Calvino: il mondo come mezzo, desidera da noi un’intenzione rivolta unicamente ad uno scopo che ne produca subito un altro.

Ecco che allora è necessario trovare un equilibrio: da un lato l’apparente necessità di porci innumerevoli obiettivi e dall’altro il gusto di vivere la vita che ci passa in mezzo.

Fra l’altro. Atto contemplativo non vuole dire farsi una bella gita con tanto di vista mozzafiato. Non è solo questo.
Si possono osservare i bambini rincorrersi, i passeri cavar su qualche briciola. Persino il traffico cittadino può offrire degli spunti di perdizione interessanti.

In un mondo ideale, dovrebbe inoltre esserci concesso di sperimentare la meraviglia mentre siamo addirittura nell’atto di perseguire uno scopo. In sostanza, quando stiamo lavorando.

In ogni caso, vivere ogni esperienza in funzione di un’altra esperienza non è sempre sano. Anche perché, prima o poi, ci capiterà di mancare qualche obiettivo. E sarà un bel guaio.

Simone

[Ho parlato di mezzi e di scopi, per la prima volta in questo articolo: Le città invisibili – L’illusione dei mille desideri]

Scenari distopici: l’Opinione

Al giorno d’oggi, le conversazioni che intratteniamo con più frequenza sono caratterizzate da affermazioni del tipo “Io la penso in questa maniera” oppure “Le cose stanno così, ma la mia opinione è che” e via dicendo.

Il problema poi è che questa compulsione nel formulare ipotesi, non è affatto accompagnata da una nostra capacità di articolare argomenti a supporto.

Pensiamoci per un secondo. In tutta onestà, nella stragrande maggioranza dei casi non sappiamo davvero quello che stiamo dicendo.
Talvolta ci sentiamo solo in dovere di dire qualcosa, come a giustificare la nostra intelligenza. Ma se fossimo leali con noi stessi, rimarremmo in silenzio.

Bene. Questo scenario potrebbe anche apparire innocuo. Sennonché un bel giorno, siamo ufficialmente chiamati a dire la nostra: e il rischio di non essere autentici e di prendere scelte non solide, diventa assai critico.

A questo punto del discorso, dovremmo allora domandarci: perché viviamo in un mondo costellato di opinioni?
E ancora una volta, uno spunto interessante ci viene fornito dal mondo greco.

Della δόξα (doxa, che appunto significa opinione in greco) ce ne parlano bene i sofisti. Essa nasce come tentativo di spiegare la percezione del mondo attraverso i sensi.

Ad esempio: io bevo un caffè e lo percepisco dolce, ma magari un mio amico lo assaggia e lo percepisce amaro.
Che cosa è reale? Ovviamente è reale la sensazione di entrambi.

Ma è possibile costruire un’esattezza su questo assunto? Chiaramente no. Il caffè è amaro ma è anche non-amaro, oppure il caffè è dolce ma è anche non-dolce. Se proviamo ad insegnare a un bambino questo tipo di rudimenti, di certo non crescerà con le idee molto chiare.

Capiamoci bene: tutto questo non significa che i sensi siano inautentici o che non abbiano un valore. Abbiamo speso parole sui poeti e sull’importanza della loro percezione. Pertanto con questo apparente paradosso fra sensi e ragione ci scontreremo più avanti.

Ritornando al punto della questione: sulla base di una conoscenza meramente sensibile, non è possibile aspirare ai fatti. Non è cioè possibile costruire un sapere sul quale affidare il destino di una civiltà.

Perché allora l’opinione ha riscosso in passato, e ancora oggi riscuote un gran successo?

Pensiamola in questi termini: se sono un ottimo oratore, posso convincerti più agilmente. E cosa c’è di meglio, che non colpire la sfera emotiva del mio ascoltatore?
Se non posso supportare con i fatti la mia posizione, allora cerco di vertere sui grandi sentimenti. E purtroppo con questo genere di approcci si ottengono ottimi risultati elettorali.

Potrà sembrare una banalità, ma l’irrazionale guida buona parte delle nostre azioni finali: fare o non fare il mutuo di una casa; comprare o non comprare un’automobile. Facciamo mille ragionamenti, ma alla fine scegliamo di pancia.

In ambito politico si verifica la medesima situazione, con la differenza che i mille ragionamenti non ce li poniamo, e le scelte per sentimento ci vengono indotte.

Intendiamoci: questo non vuole dire che la propaganda parli di quanto il suo candidato sia bravo e buono, oppure del fatto che ci si debba volere tanto bene.
È la modalità attraverso la quale le domande sono formulate, a limitare le risposte alla dimensione emotiva.

Ad esempio, il classico slogan: gli immigrati ci toglieranno il lavoro. Se ci limitiamo a questa affermazione, a preoccuparci in prima battuta non sono tanto gli immigrati, ma piuttosto è la perdita del nostro impiego. Quindi via gli immigrati.

Per di più, questo genere di psicologia funziona molto bene sui grandi numeri. Già Huxley ne parlò con chiarezza nel suo Ritorno al mondo nuovo: se riflettiamo sui grandi totalitarismi del ventesimo secolo, la comunicazione emotiva di massa è stata la chiave del loro successo. Questo genere di strumento consente di avere in pugno la folla. E funziona altrettanto bene anche in contesti decisamente più innocui: negli stadi per dirne una, oppure durante i concerti. Ci esaltiamo quando siamo in gruppo, e le nostre decisioni sono trasportate dalla passione. Una passione dagli esiti tuttavia prevedibili.

Un tempo, questo mezzo lo si sfruttava nelle agorà. Poi sono giunti la radio e la televisione. Oggi abbiamo i social network.

Infine, giusto perché ormai l’abbiamo tirata un po’ troppo per le lunghe.
Ritorniamo un attimo al bipensiero orwelliano. Quello dell’opinione è l’unico discorso che possa rimuovere senza resistenza il principio di non-contraddizione dalle nostre sinapsi.

Cominciamo a riflettere su questo.

Simone

[Ho iniziato a parlare di Aldous Huxley e di George Orwell in questo articolo: 8. Distopie a confronto: Orwell oppure Huxley?
Ho parlato di principio di non-contraddizione in questo articolo: Il bipensiero – George Orwell]

Che cosa i poeti vedono – Molteplicità

“Pensando, mi sono creato eco e abisso. Approfondendomi, mi sono moltiplicato. Il più piccolo episodio – un’alterazione della luce, il cadere contorto di una foglia secca, il petalo che si stacca ingiallito, la voce dall’altra parte del muro o i passi di chi pronuncia quella voce insieme ai passi di chi la deve ascoltare, il portone socchiuso della vecchia tenuta, il patio che si apre con un arco sulle case strette sotto il chiarore della luna – tutte queste cose, che non mi appartengono, imprigionano con le corde di risonanza e di nostalgia la mia meditazione sensitiva. In ognuna di codeste sensazioni sono altro, mi rinnovo dolorosamente in ogni impressione indefinita.
Vivo di impressioni che non mi appartengono, dissipatore di rinunce, altro nel mio essere io.”
[Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, F. Pessoa]

Abbiamo visto come la morte dell’uomo si realizzi attraverso un processo di frammentazione.

Tuttavia, mentre la vita dell’uomo comincia a disallinearsi rispetto alla sua esistenza concreta, allo stesso modo ha inizio la sua rinascita nella coscienza poetica.

Tale rinascita richiede ai vari frammenti di ritornare nell’uomo.
Solo così può avere origine lo sguardo del poeta sul mondo.

Allora capiamo bene che ad un fenomeno di frammentazione, il quale dà proprio l’idea del disperato gettarsi sulle cose della vita, ecco a questo evento deve necessariamente seguire un tentativo di ritorno all’unità.

In altre parole, le varie parti tornano a costituire l’essenza molteplice del poeta.

Molteplicità allora significa almeno un paio di cose.

L’aspetto più immediato riguarda proprio le qualità contemplative del poeta, ovvero le numerose modalità che egli acquista per entrare in contatto con il reale.
La famosa sensibilità della quale ci si vergogna tanto, non andrebbe intesa come straordinaria capacità di provare emozioni. Bensì come straordinaria abilità nell’utilizzo dei sensi.
Fra l’altro, quest’ultimo è anche il suo primo significato nella nostra amata lingua.

Ciò significa fare la stessa esperienza del mondo, attraversando molteplici punti di vista. Significa rivivere l’esperienza vissuta fino ad atomizzarla, ovvero a renderne palese ogni qualità.

Ora, nel contesto di una molteplicità c’è però un aspetto ben più critico da comprendere, che non riguarda solo i poeti. Ha un valore intrinseco tale da coinvolgere tutti noi.

In questo caso infatti, molteplicità è anche sinonimo di compiutezza. O se piace di più, di finitezza. Parole che non si sentono mai in giro, non è vero?

Ebbene, vivere una molteplicità significa avere finalmente accesso all’intero della nostra interiorità. E questo è un gran bel guaio. Infatti è proprio questo il luogo nel quale la ragione comincia a perder colpi: e maggiore è la profondità che raggiungiamo, più elevato è il rischio di cadere in contraddizione con quei principi che fortemente sono radicati in noi. Basi attorno alle quali mai avremmo seminato dei dubbi.

Nonostante queste premesse, è necessario andare a fondo. Una volta schiusa la porta della pienezza, è assai più semplice abbracciare tutte le risorse che abbiamo a disposizione.
Con maggior probabilità riusciremo insomma a reggerci da soli. A ripescare quelle risorse a partire dalle quali riemergere in condizioni di crisi personale.

Infine vorrei nuovamente far notare una cosa: tutti i sostantivi femminili che ho utilizzato per definire l’essenza di uno stato molteplice, finiscono in –ezza. E ciò non è casuale.

Essi rappresentano o virtù o condizioni esistenziali che si reggono da sé: ciò vuol dire che quelle parole lì, non richiedono aggettivazione per assumere un significato più specifico.
E queste sono rarità nel panorama della lingua italiana, la quale di norma vuole molti aggettivi e molti avverbi per potersi spiegare.

Sostantivi come gaiezza, fortezza, bellezza, destrezza sono pericolosi, poiché il solo nominarli sprigiona un potere evocativo che sta su da sé.

Non è dunque un caso che in ambito politico, per dirne una, non si sentano mai.

Simone

Osservatorio etimologico: Desiderio

Notte stellata_VanGogh
De sterrennacht, Vincent van Gogh – 1889, Museum of Modern Art, New York

Mi sento quasi in dovere di aprire questa nuova avventura, dedicando la giusta attenzione alla parola più importante che fino ad oggi abbiamo incontrato in questo contenitore digitale.

Parliamo dunque del sostantivo desiderio.

Più volte ho speso ampie parole nel sottolineare come un desiderio sia davvero autentico, laddove abbracci un moto interiore molto vasto, che ho spesso definito come una tensione. Ebbene, questa descrizione non è proprio casuale e può essere spiegata attraverso l’origine latina del termine.

Desiderio è una parola composta: de (privativo) + sidera (stelle).

Letteralmente significa distogliere lo sguardo dagli astri celesti: far cadere lo sguardo dalle stelle.

In soccorso a questa affascinante definizione, giungono due fatti pratici.

Il primo lo conosciamo tutti. Durante la notte di San Lorenzo, la tradizione ci dice di osservare la caduta delle stelle in cielo. Qualora avessimo la fortuna di cogliere uno di questi eventi, avremmo la possibilità di esprimere un desiderio. Un desiderio segreto.

Ora, chiunque da bambino abbia guardato le stelle ogni estate, di certo non ha mai considerato l’idea di buttare uno dei suoi desideri su questioni bieche o banali. Della serie “Vorrei che mia mamma mi comprasse un gelato domani”, anche perché la mamma ce lo comprava comunque. Pertanto, quel desiderio era sempre molto importante per noi. Oserei dire, tanto importante da essere quasi irrealizzabile.

Ora però arriviamo alla storia vera, a partire dalla quale si è accresciuta la nostra tradizione.

I soldati romani, al termine della battaglia giornaliera, sostavano sul ciglio delle loro tende in attesa del rientro dei propri compagni. Dal momento che erano soliti attendere al di sotto della volta stellata, furono detti Desiderantes.

Allora da questi esempi emergono almeno un paio di considerazioni importanti.

In primo luogo, il desiderio indica uno scarto fra il piccolo uomo e l’immensità dell’universo: il de privativo ricolloca l’uomo nel ruolo minuto che gli compete, generando quella naturale sensazione di smarrimento.
L’uomo si sente un’inezia di fronte al tutto. Ed è proprio grazie a tale consapevolezza, che egli può permettersi di andare oltre.
In sostanza, sotto le stelle ci sentiamo finalmente pieni, poiché possiamo partecipare della grandezza del tutto.

Da questo senso di pienezza nascono però i primi problemi. Il desiderio infatti diventa questione di vita o di morte. Non dobbiamo pensare al desiderio come ad una scampagnata nel bosco.

La gente vive o la gente muore, e io non posso far altro che attendere? Tragico gioco.

Ebbene, il desiderio di ricongiungimento con l’intero dell’universo passa necessariamente attraverso la sofferenza di non poter riuscire nell’impresa.
Spiace dirlo, ma bisogna rendersene conto. Abbracciare un desiderio sincero, significa non vederne mai il compimento definitivo.

Tuttavia, almeno ci è concesso di essere sempre in viaggio.

In questo senso il desiderio è quel divenire che travolge se stesso al quale mai si dovrebbe rinunciare.

Simone