Comunicazione di servizio

A causa di problemi tecnici al mio computer portatile, la pubblicazione di nuovi articoli su questo spazio digitale è sospesa fino a data da destinarsi.

A presto,
Simone

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Mutamenti antropologici – La mancanza di concentrazione

Abbiamo già riflettuto su come il mondo degli scopi sia stato silenziosamente soppiantato da un mondo delle tendenze.

L’ambiente digitale all’interno del quale la nostra mente si ritrova a vagare, è appunto quello dei network digitali. E in essi ci sembra proprio di errare senza meta alcuna. Abbiamo infatti visto come una disponibilità eccessiva di stimoli possa trasformare ciò che dovrebbe essere un fine, in una mera fase di transizione.
Quando cioè navighiamo sui social network, scompare l’obiettivo di “sostare da qualche parte” in favore di un semplice “passare attraverso”.

Questo atteggiamento ha evidenti ripercussioni sulla nostra capacità di concentrazione.

Per definizione, concentrarsi significa lasciare che un dettaglio ben preciso occupi l’interezza della nostra attenzione. Non per niente, quando siamo profondamente concentrati, a tutte le altre persone noi risultiamo distratti. E in effetti, un serio atto di concentrazione implica che l’interezza del mondo, fuorché l’oggetto della nostra attenzione, ci sia del tutto estranea.

Pertanto concentrazione e distrazione vanno di pari passo. Quando c’è l’una, esiste anche l’altra.

Ora, l’attuale difficoltà nell’affondare la nostra psiche su di un dettaglio ben preciso, su di un aspetto circoscritto della nostra esistenza, non ci consente più di essere presenti a ciò che stiamo facendo.

Concentrarsi su molteplici cose allo stesso momento, oppure concentrarsi su specifiche cose ma per un tempo infinitesimale, ossia tendente a zero, equivale ad azzerare questa dicotomia fra concentrazione e distrazione.
Oggi, sempre più viviamo nella pretesa di poter essere concentrati su tutto e allo stesso momento. Ciò equivale ad atomizzare la nostra concentrazione, trasformandola paradossalmente in uno stato di perenne e insulsa distrazione. Ci piace tanto essere un po’ “in tutto e ovunque”, con il risultato di non essere in nessun posto.

Questa nuova tipologia di distrazione ricorda un ripetitivo appuntamento mancato con il mondo. Mancare agli appuntamenti con la realtà, vuole dire sottrarsi ad essa progressivamente. E all’atto pratico, significa proprio cominciare a portare a termine delle procedure senza registrarne il contenuto.

Come abbiamo già detto discutendo attorno alla scomparsa della dimensione temporale, alla velocizzazione dello svolgimento delle mansioni segue una tendenza alla loro meccanizzazione.
In altre parole, ciò che un tempo il nostro corpo svolgeva come un lavoro poiché la mente gli attribuiva un volume psichico, un’esperienza di vita e dunque un senso, oggi diviene una semplice procedura da portare a termine. Un’attività muscolare, quasi fosse un riflesso.

Il nostro corpo tende infatti ad agire come un organismo.

La pericolosità di questo mutamento è chiara. La distrazione patologica si verifica proprio laddove l’oggetto che la causa, è in realtà vuoto di sostanza: è il nulla che si lascia inseguire fino allo sfinimento. Obiettivamente, nella corsa all’apertura rapida di finestre digitali siamo in costante apnea.

E allora, riappropriarsi della propria concentrazione non è poi un mestiere così complesso: bisogna dedicare tempo alle cose che un contenuto lo hanno, in modo tale da ridonare ossigeno alla nostra psiche. Dobbiamo imparare a cadere nuovamente nella contemplazione delle cose minime, degli inutili dettagli, delle particolarità da nulla.

È solo nello spreco profondo del nostro tempo che forse saremo nuovamente in grado di ridare un senso all’essenza che ci circonda.

Simone

[Ho parlato di mondo delle tendenze in questo articolo: Mutamenti antropologici – Dal mondo degli scopi al mondo delle tendenze

Ho parlato di dimensione temporale in questo articolo: L’evaporazione della dimensione temporale]

Il sentimento di religiosità

L’esperienza della lontananza, della distanza interiore e della distanza esteriore, della distanza nel tempo e della distanza nello spazio è la prima e fondamentale esperienza religiosa. “Oh morte nella vita, i giorni che non sono più”… e i luoghi, l’infinito numero di luoghi che non sono questo luogo! I piaceri trascorsi, la trascorsa infelicità e le trascorse intuizioni: tutto così intensamente vivo nel nostro ricordo, eppure tutto morto, morto senza speranza di resurrezione. E il villaggio laggiù nella valle, distinto con tanta chiarezza anche nell’ombra: così reale e indubbio, eppure così disperatamente fuori portata, irraggiungibile.

[L’isola – Aldous Huxley]

Qualche tempo fa, prendendo spunto dalla parole dello Zarathustra, siamo incappati nei concetti di prossimo e di remoto.

In buona sostanza, Nietzsche ci ricordava quanto sia importante attendere il momento di giusta maturazione all’interno dei rapporti di amicizia. L’amico è colui il quale arriva dopo, colui che si mantiene a debita distanza per potersi in primo luogo realizzare come creatore di se stesso. Una volta compiuto quel percorso di individuale determinazione, egli è pronto a riagganciare il proprio compagno, compiendo finalmente la loro relazione in una comunione di intenti.

Quest’immagine del remoto, ossia di una grandezza slavata percepibile dalla distanza, nella quale riporre una certa fiducia, confidando nel fatto che un giorno possa poi fiorire, incarna bene quella separazione misticamente inafferrabile che può forse aiutarci a riflettere un attimo attorno al sentimento di religiosità.

E qui bisogna davvero fare attenzione ai termini della nostra discussione: per religiosità non si vuole intendere l’appartenenza ad un credo specifico, oppure la devozione ad un fantomatico divino immateriale.

Per religiosità dovremmo piuttosto intendere quello stato nel quale l’uomo percepisce una sproporzione inafferrabile nei confronti della sterminatezza del mondo.
Avevamo già richiamato questa condizione parlando del rapporto che intercorre fra l’individuo e il cielo stellato. Osservando la volta celeste, l’uomo si sente partecipe di una realtà i cui confini non sono immaginabili. Data questa impossibilità di agguantare le pareti dell’universo, egli si sente sperduto nell’immensità del creato.

Ma perché tutto ciò dovrebbe avere a che fare con il divino?

Un’illuminante chiarificazione ci giunge, ancora una volta, dalle parole di Aldous Huxley: del suo romanzo-saggio L’isola parleremo ancora e diffusamente più avanti.
In ogni caso, secondo l’intellettuale inglese un essere umano fa davvero esperienza del divino, nel momento in cui percepisca abissali distanze interiori ed abissali distanze esteriori.

Il tentativo della nostra mente di riagganciare un inafferrabile ricordo, oppure l’impossibilità del nostro occhio di raggiungere il dettaglio più vivo di un paesaggio, sono chiari istanti nei quali il mondo ci viene sottratto. Sebbene ci sia possibile intuire l’esistenza di sterminati mondi interiori ed esteriori, di essi non possiamo che avere un’immagine remota ed abissale, per lo più simbolo della loro assenza, della loro morte. Questa morte del mondo è una regione dei sensi e della mente nella quale intuiamo l’esistenza del reale, ma non possiamo afferrarla appieno. E ciò non fa altro che spalancare il dominio delle possibilità.

Se ora ci riflettiamo un attimo, la dimensione spirituale della nostra vita dimora proprio in quelle regioni del nostro tempo e del nostro spazio che stanno al confine della insondabilità: è proprio là dove l’esperienza cala di dettaglio e sembra invece investirci come una matrice sgranata ed irriducibile, che nasce quel sentimento viscerale di sproporzione.

Il sentimento religioso non è altro che una straordinaria esperienza dei limiti della sondabilità umana.

Essendo allora impossibile comprendere il mondo come un tutto discernibile, il divino si presenta sotto forma di una irriducibilità di tutte le nostre esperienze ai soli strumenti conoscitivi. L’esperienza religiosa diviene quindi quell’intuizione secondo la quale il mondo esiste oltre la nostra possibilità di conoscerlo.

E tutto ciò ci ricolloca in quella posizione insignificante nei confronti della maestosità dell’universo.

[Per una lettura integrale, L’isola di Aldous Huxley, Oscar Moderni, Mondadori.

Ho parlato di prossimo e di remoto in questo articolo: Così parlò Zarathustra – Il remoto

Ho parlato del sentimento di sproporzione in questo articolo: Osservatorio etimologico: Desiderio]

I luoghi dell’Oltretomba

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Discesa di Enea nei campi elisi – Dosso Dossi, 1520 (National Gallery of Canada)

Parlando delle tre Moire (o Parche), abbiamo già introdotto il concetto mitologico di morte.

Una volta stabilito che il filo della vita di un uomo greco debba essere reciso, l’atto del trapasso garantisce l’accesso ai luoghi dell’Oltretomba.

Le anime dei defunti approdano così alle porte del Tartaro, portando con sé un obolo, modesto pegno in denaro atto a pagare i servigi del traghettatore Acheronte. Il Tartaro si estende oltre lo Stige, il fiume dell’odio. Esso è alimentato da diversi affluenti, chiari simboli delle pene che normalmente accompagnano il trapasso: Acheronte (fiume dei guai) e Cocito (fiume del lamento), per non parlare di Lete (oblio), di Averno e di Flegetonte (fiume del fuoco, forse in onore dell’atto di cremazione al quale i defunti erano in genere sottoposti).

L’Oltretomba consiste poi in tre regioni, alle quali sono alternativamente destinati i defunti sulla base della condotta che tennero in vita.

Alla Prateria degli Asfodeli sono destinati coloro i quali non furono né empi né illuminati. E a questa dimensione fa chiaro riferimento il girone dantesco degli Ignavi, anime che in buona sostanza decisero di condurre un’esistenza nel continuo rifiuto di prendere una decisione.
Interessante notare come le anime greche destinate a questo luogo, siano condannate a vagare senza meta: come in vita decisero di non scegliere fra una condotta virtuosa oppure malvagia, non dotandosi cioè di uno scopo realizzativo da perseguire, così sono ora destinate per l’eternità a non trovare un definitivo compimento al loro errare.
L’asfodelo è in realtà una pianta dal cereo fiore, che senza dubbio rimanda al pallore cadaverico. Normalmente coltivata attorno alle tombe dei morti, forse si credeva che i defunti potessero cibarsi delle sue radici.

Le anime beate sono invece destinate all’Elisio (anche ricordato come Campi Elisi). Radura sulla quale non calano mai le tenebre, Omero la descrive come un luogo nel quale “è felicissima la vita per gli uomini, non c’è tempesta di neve, né rigido inverno né pioggia, ma sempre l’Oceano manda soffi di Zefiro che spira sonoro e rianima gli uomini” (Odissea, libro IV). Ancora una volta, quest’immagine richiama l’atmosfera che Dante incontra alle soglie del Paradiso Terrestre, dove “Un’aura dolce, sanza mutamento avere in sé” (Purgatorio, Canto XXVIII) accarezza la fronte del poeta. Il tocco dell’eterna beatitudine è proprio dato dall’immutabile spirare del vento, che permane nelle forme di un respiro vitale. Quasi che il luogo in sé sia in grado di racchiudere una vitalità che perdura.

Infine, destinate agli ambienti punitivi del Tartaro sono le anime dei malvagi.

Questa scansione è ovviamente da considerarsi approssimativa.

Nell’antica Grecia, le credenze attorno al destino degli uomini oltre la morte furono  molteplici e variegate. Infatti, secondo alcune la reincarnazione era possibile, secondo altre le anime mutavano in venti fertilizzanti, secondo altre ancora si conservavano addirittura come ombre laddove la luce del sole si era dimostrata di non poterle raggiungere.

Simone

[Ho parlato delle Moire in questo articolo: L’interruzione – Le Moire]

Che cosa i poeti vedono – L’assurdo

FARFUCIARBUGLIOSA

Era cuociglia, e i viscoflessi tlucà
girottolavano e socchiellavano nella radozza;
tutti invelini erano i bogori là
e i rabi vidasa strofiavan nella strozza.

[Incipit di una delle numerose versioni italiane di Jabberwocky, da Al di là dello specchio, Lewis Carroll]

Ci capita mai di immaginare parole, o addirittura interi discorsi, che non abbiano un senso logico?
Ogni tanto davvero succede di fermarsi un attimo a riflettere, per poi risolversi a dire: ma esattamente, che allucinazioni linguistiche mi è appena capitato di partorire?

E ancora: ad essere senza senso (appunto non-sense) sono i contenuti del nostro prodotto linguistico, oppure solo le sillabe che affianchiamo le une alle altre?
In poche parole: la letteratura non-sense (e dunque il pensiero non-sense) recano in realtà un significato rintracciabile, oppure rappresentano solo un virtuosismo fantastico?

Ancora una volta, un indizio ci viene offerto da Cesare Pavese attraverso il concetto di strangeness.
Il poeta piemontese si interroga circa l’esperienza di stranezza (e dunque di bizzarria) che un uomo può vivere a contatto con particolari situazioni di realtà.

La questione può così essere riassunta: è nella natura stessa della realtà il fatto di essere bizzarra? (E noi potremmo aggiungere: di essere priva di senso?)

La risposta che Pavese fornisce ci richiede di scomporre la realtà negli elementi che la costituiscono. E allora, a risultare bizzarro non è tanto il mondo in sé, bensì piuttosto il rapporto che intercorre fra gli elementi che lo determinano. (“Perché, insomma, scoprire una strangeness di cose è facile e non significa nulla; bisogna scoprire una strangeness di rapporti – di costruzione – e allora si sarà insegnato a vedere il bizzarro, si sarà mostrato come il bizzarro nasce e vive tra la banalità e serietà universali.”)

Veniamo ad un esempio pratico: ci viene fornita una prima fotografia, nella quale figurano un baobab e un elefante. L’immagine ci appare verosimile, infatti nella nostra mente non emerge alcun dubbio circa il senso del contenuto. Ora ci viene presentata una seconda fotografia, che ancora una volta ritrae un baobab e un elefante. Questa volta però, ci vien subito da ridere e allontaniamo l’immagine, rifiutandone la credibilità.

Che cosa è accaduto? Nella seconda fotografia, l’elefante è alto dieci volte più del baobab.

Ecco che quindi, sebbene gli elementi che compongano i due esempi siano gli stessi, nel secondo caso è il rapporto fra essi a far crollare il senso della composizione.

Risaliamo allora al nostro linguaggio non-sense.

Seguendo l’esempio precedente, così come la realtà ci appare priva di significato a causa di un inadeguato e sproporzionato affiancamento degli elementi che la compongono, allo stesso modo succede per il linguaggio. Le parole non-sense infatti, assai spesso assomigliano a storture di parole vere, dove è la sproporzione fra le sillabe che le compongono a rendere l’effetto di bizzarria. E le frasi non-sense, assai spesso sono composte da parole di senso, ma introdotte secondo ordini e rapporti inadeguati.

Le sensazioni che seguono ad una prima lettura non-sense sono tendenzialmente imprevedibili: le immagini che la nostra psiche partorisce, possono essere allucinanti, divertenti, orribili o addirittura raccapriccianti. E questa estemporaneità delle nostre reazioni si riveste proprio di quella strangeness che ci fa sobbalzare.  

La reazione di straniamento emerge proprio quando l’accostamento inconsueto di elementi lessicali genera un risultato imprevedibile. E la nostra mente è obbligata ad attribuirci un senso, che ancora una volta ecceda i confini logici della razionalità.

Si capisce allora bene come la letteratura e l’aritmetica non vadano proprio d’accordo in questo caso: scombinare l’ordine degli addendi (delle parole) cambia sul serio il risultato finale. I singoli elementi che costituiscono una proposizione, e che di per sé recherebbero un significato proprio, vedono scombinato o riscritto il loro valore elementare qualora siano mutati di posizione all’interno della frase.

A questo punto, nella totalità degli elementi risultante, viene inciso un nuovo significato che di volta in volta ci obbliga a reinventare la scacchiera dell’esistente.

[Per una lettura integrale della FARFUCIARBUGLIOSA, rifarsi ad Al di là dello specchio di Lewis Carroll, Einaudi, ET Classici.

Per approfondire il concetto pavesiano di strangeness, rifarsi a Il mestiere di vivere, Diario 1935-1950 di Cesare Pavese, Einaudi, ET Scrittori.

Ho parlato del concetto di poesia come linguaggio non razionale anche in questo articolo: Che cosa i poeti vedono – L’autentico]

Così parlò Zarathustra – L’amor proprio

Fratello, vuoi andare nella solitudine? Vuoi cercare la via verso te stesso? Indugia ancora un poco e ascoltami.
“Colui che cerca, finisce facilmente per perdersi. Ogni solitudine è una colpa”: così parla il gregge. E tu hai a lungo fatto parte del gregge.
La voce del gregge continuerà a risuonare dentro di te. E quando dirai: “Io non ho più la vostra stessa coscienza”, ciò sarà un lamento e un dolore.
Vedi, quella coscienza stessa generò anche questo dolore: e sulla tua melanconia si riverbera, ardente, ancora l’ultimo bagliore di questa coscienza.
Ma tu vuoi procedere sul sentiero della tua melanconia, che è il sentiero verso te stesso? Fammi vedere che ne hai la forza e il diritto!

[Del cammino del creatore – Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche]

Giunti a questo punto del nostro cammino, possiamo finalmente reputarci desti.

Un certo percorso interiore e un costante tentativo di ricollocarci all’interno di ciò che per noi è vero, hanno rappresentato tasselli indispensabili per un tragitto di rinascita.

Tuttavia, rimane ancora da gestire che cosa sia rimasto della nostra precedente esistenza, e soprattutto che cosa sia là da venire.

Un primo suggerimento che Nietzsche ci fornisce, è quello di non gettare via noi stessi nel momento nel quale ci liberiamo dalle famose catene della tradizione. Il famoso “Io voglio”, in grado di detronizzare il “Tu devi”, richiede una rifondazione della nostra volontà d’animo.

Il creatore nietzschiano è colui che brucia all’interno della propria fiamma, per poi rinascere dalle ceneri risultanti. La metafora del tramonto rimane forse l’immagine più calzante: che cosa fa il sole, se non declinare su di sé, per poi riemergere da se medesimo?

Il tramonto, la riduzione in cenere, l’annullamento essenziale sono la famosa spinta “dal nulla”, che permette di rifondare la nostra stessa esistenza. Ma quel “nulla”, in realtà è sempre un qualcosa che si nasconde dietro il tramonto, è quel luogo dove il sole va quando tradisce i nostri occhi.

È in quell’antro segreto che la nostra volontà, una volta liberata da orpelli illusori, si rimette interamente nelle nostre mani. Essa è finalmente autentica e del tutto responsabile della propria sorte. E per la prima volta, deve infatti temere il proprio fallimento.

Ecco che quindi il nostro maggior nemico torniamo ad essere proprio noi stessi, noi che rischiamo di tenderci tranelli lungo la via, noi che proviamo in ogni modo ad ingannarci.

L’unica arma che l’uomo possiede contro la sua stessa fallibilità diviene dunque il dubbio: misurare ogni passo.

Nietzsche si premura di ricordarci come l’individuo autentico si porti sempre dietro i propri mille demoni. Egli è un tutt’uno col suo bene, ma anche col suo male. E solo in questo modo può permettersi di combattere quel male, poiché gli è dischiuso e manifesto.

Pertanto, il cosiddetto Amor Proprio non è da considerarsi una scampagnata nel bosco. È piuttosto un aggiustamento quotidiano, una capacità di farci eretici di noi stessi, streghe del nostro bene, lottando contro la tentazione di ricadere nuovamente sotto il giogo delle catene.

Catene, questa volta, da noi stessi forgiate.

Simone

[Per seguire il percorso attraverso Così parlò Zarathustra, rifarsi alla sezione “Metamorfosi”.]

 

Le città invisibili – La prigione delle parole

“Poco saprei dirti d’Aglaura fuori delle cose che gli abitanti della città ripetono da sempre: una serie di virtù proverbiali, d’altrettanto proverbiali difetti, qualche bizzarria, qualche puntiglioso ossequio alle regole. Antichi osservatori, che non c’è ragione di non supporre veritieri, attribuirono ad Aglaura il suo durevole assortimento di qualità, certo confrontandole con quelle d’altre città dei loro tempi. Né l’Aglaura che si dice né l’Aglaura che si vede sono forse molto cambiate da allora, ma ciò che era eccentrico è diventato usuale, stranezza quello che passava per norma, e le virtù e i difetti hanno perso eccellenza o disdoro in un concerto d virtù e difetti diversamente distribuiti.
In questo senso nulla è vero di quanto si dice d’Aglaura, eppure se ne trae un’immagine solida e compatta di città, mentre minor consistenza raggiungono gli sparsi giudizi che se ne possono trarre a viverci. Il risultato è questo: la città che dicono ha molto di quello che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno.”

[Le città e il nome 1., I. Calvino]

Fino ad oggi, abbiamo sempre (bene o male) parlato del linguaggio secondo un’accezione positiva.

Tuttavia, possono le parole trasformarsi in carceri inespugnabili? Può il linguaggio disegnare delle parete imprigionanti, alla cui rigidità diviene assai difficile sfuggire?

In una delle prime tappe attraverso le nostre città, abbiamo sottolineato come la fama di alcuni luoghi effettivamente li preceda. Esistono discorsi talmente ampi e complessi, radicati nelle profondità della nostra cultura, tali da disegnare ampi aloni di pre-determinazione attorno ad alcuni aspetti del reale.

E per quanto queste situazioni possano, ad esempio, trasformarsi in ambienti fertili per il turismo, da altri punti di vista tendono sul serio a trasformarsi in pesanti ancore.

Per capirci qualcosa di più, è utile prendere fra le mani le classiche discussioni popolari attorno alla bellezza o alla bruttezza del “luogo visitato”. Quando compiamo un viaggio, al nostro rientro siamo di solito bombardati da quesiti del tipo “Allora, la città ti è piaciuta?”. A queste domande, ci viene spesso da rispondere che “Ci saremmo aspettati di più”, oppure che “Prima di partire non gli avrei dato una lira, eppure”. In sostanza, ci vien da giudicare la bontà del nostro personale incontro con un luogo, non tanto a partire dalla isolata qualità di quella esperienza, ma ci ritroviamo piuttosto ad includere tutti quei discorsi che son stati fatti attorno al luogo in esame. Discorsi che nulla hanno a che vedere con la nostra soggettiva percezione.

Questo genere di riflessione, già ci fa capire come la bontà di un’esperienza dipenda sempre dal paragone che noi compiamo fra “ciò che del luogo si sa” (la pre-determinazione) e “ciò che noi, a partire da quell’alone di compimento, da quel luogo ci saremmo aspettati”. Paradossalmente, la pura esperienza del “viver quel luogo” è sempre del tutto esonerata dal nostro giudizio.
Salvo rare eccezioni, la genuina esperienza di un viaggio è sempre pesantemente influenzata dalle aspettative positive o negative, che al momento della partenza hanno già compromesso, predeterminandoli, gli esiti del viaggio stesso.

Questa tendenza a confinare la realtà in discorsi atti a definirla, è una grave minaccia nei confronti del desiderio di esplorazione. Se ci pensiamo un attimo, esplorare per definizione significa salpare alla volta dell’ignoto. Tanto che, proprio il verbo “esplorare”, oggi è caduto in disuso.
Lo si rievoca solo in discorsi storici, quando si menzionano Amerigo Vespucci piuttosto che Cristoforo Colombo. Fatte queste eccezioni, non c’è motivo di utilizzare un verbo del genere. Viviamo ormai infatti in una realtà le cui cornici verbali, visive, uditive e così via, ne precedono nettamente l’incontro con una sua concretezza.

Aglaura allora, non è altro che il fitto prodotto dei discorsi che su di essa si fanno. E qualsiasi tentativo di evocarne un aspetto genuino, una proprietà emergente o una caratteristica peculiare, cade addirittura nella impossibilità di trovare parole adatte a questa descrizione veritiera.

Si è pertanto costretti ad attenersi al copione. E a reiterare all’infinito ciò che sempre è stato detto.

Simone

[Ho parlato di pre-determinazione in questo articolo: Le città invisibili – L’illusione della memoria

Per seguire l’itinerario attraverso Le città invisibili, rifarsi alla sezione “Le città e il mito”.]

27. Soror – Pierre Boulle

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“Sì, io, il re della creazione, cominciai a danzare in cerchio intorno alla mia bella. Io, l’ultimo capolavoro di un’evoluzione millenaria, davanti a quel gruppo di scimmie che mi osservavano con curiosità, a un orangutan che dettava appunti alla sua segretaria, a una giovane scimpanzé che sorrideva con aria compiacente e a due gorilla che sogghignavano, io, essere umano, invocando come attenuante le circostanze cosmiche eccezionali, persuaso in questo momento che esistono più cose sui pianeti e nel cielo di quante ne abbia mai sognate la filosofia umana, io dico, Ulysse Mérou, iniziavo alla maniera dei pavoni la danza dell’amore intorno alla meravigliosa Nova.”

[Il pianeta delle scimmie – Pierre Boulle]

Veniamo finalmente all’opera più celebre del nostro Pierre Boulle.

Come già accennato in precedenza, protagonista dell’opera è un pianeta gemello della Terra, di nome Soror, sul quale però l’evoluzione cognitiva sembra aver preso una piega ben diversa.

Infatti, a dimostrare un certo grado di sviluppo intellettivo e culturale sono le scimmie, mentre gli esseri umani risultano fermi ad uno stato bestiale.

Ma non solo. Le scimmie utilizzano gli uomini per compiere degli esperimenti di psicologia comportamentale, impiegando insomma la nostra specie come cavia da laboratorio, esattamente come noi oggi ci ritroviamo a fare con gli animali.

Una prima banale conclusione, proprio tipica di una visione antropocentrica, è allora quella della famigerata legge del contrappasso: ciò che hai fatto in questo mondo (la Terra), tal quale ti sarà fatto in quell’altro (Soror). L’umanità va dunque incontro ad una punizione per la colpa di aver trascurato i diritti alla vita, in base ai quali non si dovrebbe fare distinzione etica fra animali e esseri umani.
E allora, i crimini contro le scimmie sono assolutamente identici (hanno lo stesso peso) di quelli contro altri esseri umani, per lo meno di fronte ad un giudizio finale ed universale.

Ora, già questo tipo di riflessione dovrebbe un po’ aiutarci a ridimensionare la nostra collocazione nel mondo.
Ma il ridimensionamento della figura umana procede efficacemente anche attraverso altri accorgimenti letterari.

In primo luogo, i viaggiatori nello spazio protagonisti della vicenda, sono due esseri umani che si ritrovano a naufragare sul pianeta Soror. Hanno dunque due possibilità: adattarsi alle condizioni che sono loro offerte, oppure soccombere.

E qui arriva la parte interessante.
Se ci ritrovassimo ad essere gli ultimi esemplari rimasti della nostra specie, saremmo ancora capaci di identificarci come tali?
La singolarità può sul serio sopravvivere, facendosi bastare l’identificazione con sé medesima?
Essa non ha forse bisogno di qualcun altro che le assomigli, che condivida la sua stessa essenza, che stia lì a ricordarle chi sia?

Di fronte a questo dilemma, i nostri due naufraghi trovano due modalità di adattamento divergenti, ma entrambe paradossali nella loro essenza.

Un naufrago si ritrova ad involvere cognitivamente allo stato bestiale, per la necessità di appartenere al senso perduto della sua specie. Questo è il classico caso nel quale l’identità si infrange di fronte ad un bisogno di appartenenza. L’isolamento emotivo ed intellettuale è così insostenibile da abdicare in favore di un senso di appartenenza che ridoni equilibrio e accettabilità. In altre parole, non potendo reggere quello status di singolarità, la psiche rinuncia a se stessa e torna ad appiattarsi in quel magma che le viene offerto come unica via di fuga.

L’altro naufrago invece, secondo dinamiche altrettanto assurde, si ritrova ad innamorarsi di una donna di Soror, selvaggia e dalle capacità cognitive limitate. L’uomo cioè impara finalmente ad amare l’animale per quello che è, riscoprendosi attratto dalla sua sensualità bestiale e dai suoi modi di vita istintuale.

Da un lato allora, Boulle ci ricorda come le dinamiche individuali tendano a soccombere di fronte a quelle di gruppo: il sentimento di non-appartenenza è spesso preludio di fenomeni di annullamento identitario. D’altro canto, se si vuol tutelare l’integrità della psiche individuale, il rispetto reciproco dell’alterità sembra proprio essere l’unica chiave vincente.

Insomma, ammettere che io esista in un certo modo, mentre qualcun altro in tal altro modo, automaticamente mi legittima a essere come sono.
Nel riconoscimento dell’altro come legittimo, sta anche l’ammissibilità della mia stessa esistenza.

Simone

[Per una lettura integrale, consiglio Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle, Oscar Mondadori.

Ho parlato per la prima volta di Pierre Boulle in questo articolo: 26. Distopie a confronto – Pierre Boulle]

L’evaporazione della dimensione temporale

È bene riflettere ancora una volta sulla nostra percezione della dimensione temporale.

Abbiamo già parlato di otturazione del tempo, condizione nella quale le nostre giornate si riempiono di attività e di procedure che ci sono imposte come necessarie, ma alle quali non sappiamo attribuire un significato profondo. In sostanza, ci ritroviamo a svolgerle senza domandarcene la ragione.

A questo punto della riflessione, è forse bene virare l’attenzione su un altro aspetto, strettamente legato a parametri quali la velocità e il dinamismo.
Viviamo infatti all’interno di una realtà sempre più dinamica e veloce, dove singole procedure possono essere svolte in tempi assai ridotti.

Se allora da un lato questa estrema efficienza porta ad una serie di vantaggi pratici (dei quali non ci occupiamo in questa sede), dall’altro sembra guidare l’impiego delle nostre ore giornaliere verso un paradosso.

Poter ridurre fin quasi allo zero il tempo necessario per portare a termine un’attività, implica il fatto che a quella attività possa velocemente seguirne un’altra. Se insomma i contrattempi svaniscono, se i momenti d’attesa sono elisi, se le unità di tempo dedicate ai singoli lavori sono centellinate, di fatto è come se il tempo non esistesse più.

E proprio qui emerge il dilemma.

Il tempo da noi percepito, non è affatto quello che scorre lungo le lancette di un orologio. Per poter riempire la nostra esistenza psicologica, dobbiamo poter dare volume mentale a quello che stiamo facendo. E ciò significa vivere una certa durata. Per lo meno, dobbiamo poterci accorgere di quello che stiamo facendo.

Ebbene, la percezione psicologica del tempo-vita va progressivamente evaporando.

In altre parole, se ci immaginiamo di poter frammentare quella genuina percezione unitaria del nostro tempo in molteplici unità discrete, dove il loro numero tende ad infinito, allora queste unità devono, per forza di cose, essere assai piccole. Cioè al crescere delle attività giornaliere, di pari passo cresce anche il numero di unità-tempo assegnate, a discapito della loro dimensione.
In sostanza, dedicare sempre meno tempo ad ogni singola attività determina uno smarrimento della dimensione temporale stessa. Essa diviene talmente parcellizzata da risultare impalpabile.

Prendiamo un esempio pratico. Se invece di impiegare un’ora per andare al lavoro a piedi, ci metto due minuti in macchina, il risultato è di certo sempre quello di ritrovarsi nel luogo di lavoro. Ma mentre nel primo caso ricordo bene l’esperienza di viaggio, nel secondo già comincio ad avere qualche difficoltà.

Questa modalità di gestione del nostro tempo fisico sottrae alla nostra psiche il tempo mentale necessario per accorgersi della propria esistenza.

A questi problemi poi, si somma l’effettiva impossibilità di perdere tempo, ossia di assegnare un’ampia porzione della nostra giornata a un’attività poco produttiva. Nell’inanellamento perpetuo di attività, la sensazione che si vive è quella di non potersi abbandonare veramente a ciò che si sta facendo. Non ci si può perdere entro quell’attività, senza poi avere la sensazione che si stia in qualche modo eccedendo.

In conclusione, non siamo più capaci di abbandonarci al non far niente. O peggio ancora, non sappiamo più accettare che nella nostra vita subentri improvvisamente del tempo vuoto, da impiegare in maniera alternativa e soprattutto secondo modalità che non siano state previamente schedulate.

Simone

[Ho parlato di otturazione del tempo in questo articolo: L’uomo e la storia – L’otturazione del tempo

Ho parlato di tempo fisico e di tempo psicologico in questi articoli:
La concezione del tempo fisico
La percezione psicologica del tempo]

The importance of teaching randomness

Why is it so critical to understand how randomness shapes our reality?

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Randomness shapes events of life on the microscopic and macroscopic level. Though, scientific disciplines struggle to find effective ways of teaching randomness. Modern and alternative approaches that train students to think of random events could pave the way for a new generation of scientists and of human progress.

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