Ignoranza strutturale e fiducia acefala nella storia

Che cosa significa essere ignoranti?

Per definizione, l’ignoranza è una non-conoscenza delle cose. L’ignoranza è una condizione nella quale la nostra coscienza non sa come le cose effettivamente stiano, ma sa che stanno.
Ignorare significa sapere che la nostra mente sta consapevolmente omettendo una parte della realtà, per il semplice fatto che non la conosce.

In parole più o meno diverse, tutte queste definizioni esprimono un concetto piuttosto problematico.

Che cosa infatti intendiamo quando usiamo il verbo “conoscere”?

In tutta probabilità, significa che abbiamo aperto un libro, internet o semplicemente abbiamo acceso la televisione – se molto coscienziosi e critici decisamente abbiam fatto tutte e tre le cose – e ci siamo fatti un’idea personale circa quello che abbiamo letto, visto e sentito. Nel peggiore dei casi, abbiamo passivamente recepito il contenuto di quel supporto, cioè ci siamo istruiti in qualche modo. Si è verificato un passaggio di consegna di un contenuto di informazioni da un mezzo analogico o digitale, ad una mente umana.

Ora, tutto questo vuol dire sul serio conoscere?

Purtroppo no.
Ogni qual volta introduciamo un po’ di cultura nella nostra vita, in realtà non facciamo altro che fidarci ciecamente di quello che ci vien detto. Nella stragrande maggioranza dei casi, noi non rifacciamo mai l’esperienza necessaria ad entrare direttamente in contatto con il contenuto culturale originario in questione.

Ad esempio, ci viene detto che la Terra è rotonda, che siamo andati sulla Luna e che esistono i leopardi, le iene e il DNA. Ma noi conosciamo direttamente questi oggetti del mondo? Abbiamo fatto in prima persona queste esperienze di vita?

Nella stragrande maggioranza dei casi, non ne facciamo mai esperienza diretta. Ad esempio, per fidarci dell’idea che la Luna esista, non abbiamo bisogno di metterci un piede sopra. Visto che questo è già stato fatto, nel senso che qualcuno se n’è già occupato, noi deleghiamo a quel qualcuno la veridicità del contenuto culturale “La Luna è calpestabile dunque reale”. Non è un disegno scherzoso nel cielo.

In quanto individui, non ci mettiamo quasi mai a ripercorrere in prima persona tutte quelle singole esperienze che hanno aggiunto un tassello alla conoscenza dell’uomo: ci fidiamo. Non riviviamo lo stupore di fronte alla prima immagine pervenutaci di Nettuno, né al primo avvistamento di un ghepardo. Alcuni di questi atti primi non sono nemmeno rintracciabili storicamente nel percorso della nostra specie a partire dall’origine dei tempi.

Non potendo quindi rifare tutte le esperienze fatte dall’umanità nel corso della nostra breve vita, dobbiamo credere a molto di quello che ci viene detto, delegando.

Se ci riflettiamo un attimo, non è nemmeno possibile mettere in discussione qualcosa, a meno che non si assuma che quel qualcosa venga prima saputo, ossia dato per giusto, per corretto.

La verità è che non conosciamo quasi niente del mondo, e compiamo quotidianamente un numero piuttosto cospicuo di atti di fede nei confronti dell’umanità.

Quest’ignoranza strutturale – strutturale poiché inevitabile, poiché parte fondante dell’essenza dell’individuo che viene alla luce – si accompagna molto bene ad una fiducia cieca nei confronti della storia.

Non dovrebbe stupirci il fatto che cambiare opinione circa contenuti culturali rilevanti ci costi parecchia fatica: per poterci fidare di un’alternativa concreta a quanto ci è stato sempre detto, a quanto ci è stato ripetuto fin da piccoli, dovremmo avere l’occasione di farne esperienza diretta. Il famoso “se non vedo, non credo”, oppure il “voglio vederlo con i miei occhi”.

Se domani annunciassero che ci siamo sbagliati tutti, che la Terra in fondo è piatta, che nulla gira attorno al Sole, lo sforzo richiesto per crederci sarebbe troppo. No?
Scalzare un credo con un altro credo è quasi impossibile. Un po’ come sperare che un cristiano diventi induista. Difficile.

Poi sappiam tutti Galileo che fine abbia fatto.

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Che cosa i poeti vedono – La viva morsa della morte

Ungaretti

Risvegli

Ogni mio momento
io l’ho vissuto
un’altra volta
in un’epoca fonda
fuori di me

Sono lontano colla mia memoria
dietro a quelle vite perse

Mi desto in un bagno
di care cose consuete
sorpreso
e raddolcito

Rincorro le nuvole
che si sciolgono dolcemente
cogli occhi attenti
e mi rammento
di qualche amico
morto

Ma Dio cos’è?

E la creatura
atterrita
sbarra gli occhi
e accoglie
gocciole di stelle
e la pianura muta

E si sente
riavere

[Allegria di naufragi – Giuseppe Ungaretti]

C’è una vita che s’irradia nel tumulto della vita.
Una vita lontana, fatta di concitazioni e pianti, di corse sfrenate e spegnimenti, d’esistenze soffocate. Questa vita s’allunga fino all’ultimo trambusto della sera, fino a che l’ultima luce sarà spezzata dal nero silente della notte, e nulla di coscienzioso più avrà senso.
È una vita che si riempie di vita e che non sta ad osservarsi, non sa guardarsi da fuori, da dietro quell’angolo appena svoltato dove una bimba curiosa si sporge oltre le gambe della madre, e il carrello dei gusti già se n’è andato.
È la vita che si lascia battere sul tempo da un’altra vita. È una vita che anticipa sul tempo l’altra vita, che ancora non si lascia afferrare, che ancora cede sotto i colpi di un tempo continuo e concitato, tumultuato, cieco.

C’è una vita che si allunga nel riverbero lontano di uno strazio senza fondo. È un sibilo tirato che si schiaccia sullo sfondo delle luci di sirena, mute nel girare netturbino sulle strade più veloci. C’è qualcosa che ci investe nel tepore rammollito delle sette di mattina, langue il sole in una chiazza appena calda che ci intride il basso ventre.

È lì che torna nel cadavere riverso del ricordo la viva morte dell’amico.
Torna a scorrer nel sangue l’emozione della carne, un brivido scosceso ceduto in bilico alla brina della sera.

Torna l’urlo del leone e ammutolisce la gazzella nel pascolo dell’erba.

Torna a cuocere la vita.

Cosa è meglio fra il tepore un po’ sconnesso delle menti appena nate, ed il riverbero tagliente di una vita che ritorna, di un sibilo nascosto dietro al tempo degli scoppi, delle morti ripiegate sul morbido fogliame?

Giaciamo ammutoliti nella viva morsa della morte.

[Ho parlato di Giuseppe Ungaretti anche in questo articolo: Che cosa i poeti vedono – L’inesprimibile]

Etimologia: DESIDERIO

Che significa desiderare sul serio?
Ce lo spiegano i Desiderantes dell’antica Roma e le stelle cadenti della notte di San Lorenzo.

Interessarsi agli altri: chiedere come stiano, oppure sapere cosa fanno?

Proviamo ad esporre una contraddizione piuttosto grave che sembra attraversare la natura di un qualsiasi rapporto medio fra esseri umani.

A tutti noi, almeno una volta nella vita, sarà capitato di chiederci fino a che punto si spinga il livello di interessamento che gli altri hanno nei confronti della nostra persona.
Quanto realmente interessa agli altri chi noi siamo in un dato momento della nostra vita?

Prendiamo il caso tipico di un’amicizia, rapporto nel quale possiamo dare per scontato – in questo esempio – che la sincerità faccia da padrone. Regge davvero l’assunto in base al quale “L’amico ci vuole bene e dunque si interessa a noi”?

Ora, mostrare dell’interesse nei confronti di un’altra persona, non significa chiedere a quella persona come stia. Ne abbiamo già parlato citando Guccini e le sue domande consuete: il linguaggio obbliga le nostre risposte a spaziare entro determinati limiti. Questi limiti sono dovuti sia a restrizioni lessicali – a veri ostacoli propri dell’espressività narrativa umana, ostacoli che linguisticamente non possono essere valicati in alcun modo – sia ad una serie di usi e di tradizioni che con la stessa semplicità con la quale ci fanno domandare, allo stesso modo meccanicisticamente ci obbligano a rispondere. Siamo insomma eredi di una civiltà che ci obbliga silenziosamente a incamerare una certa quota di perbenismo formale, che ci spinge con quotidianità a svuotare di senso domande e risposte.

Oltre ai problemi già elencati, le domande consuete tendono anche a cadere in una sorta di dominio aleatorio e inconcludente dei discorsi. Questo è proprio il punto della questione: tali conversazioni non hanno un vero appiglio pratico alla vita di tutti i giorni. Sono domande per lo più gettate nell’etere, in attesa di risposte altrettanto ondivaghe e inconsistenti.

Sebbene allora la domanda tipica del “Ciao, come stai?” non ci porti molto lontano, essa rimane comunque l’approccio impiegato più frequentemente.

Ma perché?

Perché ci consente di dimostrarci interessati all’altro – di far vedere a noi stessi che ci stiamo insomma interessando davvero – senza però doverci concretamente interessare. Questo è il tipico caso di quando la ripetizione di un gesto – l’esser gentile, il saluto al custode, le quattro vuote chiacchiere col vicino di casa – trasforma il gesto stesso nella pura formalità di se stesso, un involucro automaticamente riproposto e privo del suo significato originario. L’idea di potersi interessare – la domanda consueta – vince sul reale interessamento – il coinvolgimento pratico.

Che cosa dunque significa essere interessati alla pratica di vita dell’altro?

Significa conoscere davvero che cosa gli altri facciano durante il giorno e che cosa li spinga a continuare a fare quello che fanno. Paradossalmente, proprio alla luce di questo “il come l’altra persona stia” diviene una condizione quasi auto-esplicativa.
Il problema di questo approccio è che bisogna voler conoscere: bisogna immergersi attivamente nella vita degli altri, sapendo ciò che gli altri fanno. Volendo capire il perché gli altri impieghino il loro tempo proprio in quel modo lì.

La domanda consueta non costa fatica. Tutto sommato è uno stare ad attendere passivamente che l’altro, altrettanto passivamente, se ne stia nel suo: della serie che ci prendiamo quello che viene, così in una metafisica inconcludente dei dialoghi, nell’attesa di passare oltre.

Badate bene: questo è quello che facciamo anche con le persone alle quali genuinamente vogliamo bene.

Sempre più credo che la prassi della vita sia l’unico sintomo palpabile del nostro benessere. Bisogna coltivare il senso delle proprie praticità, capire a fondo la ragione per la quale ogni giorno facciamo ciò che facciamo.

E questo tutto ciò che dovrebbe riguardare anche il nostro interessamento nei confronti degli altri.

[Ho parlato della Canzone delle domande consuete, in questo articolo: Canzone delle domande consuete – Francesco Guccini]

Che cosa i poeti vedono – L’innocente miseria

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Salon de la rue des Moulins – Henri de Toulouse-Lautrec, 1894-1895

Magra dagli occhi lustri, dai pomelli
accesi
la mia anima torbida che cerca
chi le somigli
trova te che sull’uscio aspetti gli uomini.

Tu sei la mia sorella di quest’ora.

Accompagnarti in qualche osteria
di basso porto
e guardarti mangiare avidamente.
E coricarmi senza desiderio
nel tuo letto…
Cadavere vicino ad un cadavere,
bere dalla tua vista l’amarezza
come la spugna secca beve l’acqua.

Toccare le tue mani i tuoi capelli
che pure a te qualcuno avrà raccolto
in un piccolo ciuffo sulla testa;
e sentirmi scostato dai tuoi occhi
ostili, poveretta; e tormentarti
domandandoti il nome di tua madre…

Nessuna gioia vale questo amaro:
poterti fare piangere, potere
piangere con te…

[VII – Da Pianissimo, Camillo Sbarbaro]

Cosa accade quando due anime s’incontrano, e pur sapendosi capire, non si possono bastare?

Lui che si reca in quel luogo dove sa di non poter trovare quel che cerca, e lei che trova che quel serve pur desiderando un’altra vita.
Le parti sono aperte ad immediata comprensione: lui che vede lei mangiare, sapendo che quella è l’unica ragione del suo agire e della loro accidentale compresenza d’organismi, e lei che ostile gli nega ogni gesto d’umana convivenza e d’ipocrita affezione.

Eppure, Nessuna gioia vale questo amaro: poterti fare piangere, potere piangere con te…

Perché il poeta va da una donna di strada a cercare il suo dolore?

È meglio – scrive Sbarbaro – è meglio poter piangere con qualcuno che piange la mia stessa dichiarata e inerme ricerca, ricerca vana, piuttosto che camminare in mezzo a gente che ancora può nascondersi.

Il pianto della prostituzione è già manifesto nella definizione stessa di prostituzione.
Perché non capita mai di domandarsi il motivo per il quale una donna venda il proprio corpo? Perché la disumanità dell’atto è immediatamente giustificata dall’imprescindibile bisogno di farcela un giorno di più, di mettere un poco di cibo sotto i denti – guardarti mangiare avidamente.
Per la donna di strada, prostituirsi significa doversi meritare di vivere ogni momento della propria esistenza: significa scambiare il proprio corpo con una garanzia di sopravvivenza. Significa dover barattare il proprio vivere con il proprio sopravvivere.

Sbarbaro ha compreso che stare di fronte alla propria miseria richiede che qualcuno ci mostri la sua, che ci mostri una miseria inevitabile per necessità, una miseria innocente e insanabile, indifesa: una miseria che accidentalmente si fa tale, per ragioni inumane e insuperabili. E tutto ciò è drammaticamente più autentico di qualunque gioia cieca allo sguardo dell’altro.

Quella compresenza di cadaveri è dunque una volontaria affermazione della propria interiore miseria. Una nuda esposizione della propria sofferenza, senza richiesta di sconto. È anzi somministrazione consenziente di un fallimento riconosciuto a priori, dose giornaliera necessaria per dare peso inequivocabile alla propria inadeguatezza.

Solo stando di fronte ad un’innocenza violata, ad una miseria che non meriterebbe d’esser detta miserabile, si può davvero piangere il proprio dolore.

[La poesia citata, assieme ad una raccolta scelta dall’opera di Sbarbaro, si può trovare in: Poesia italiana del Novecento, Volume secondo, Einaudi.]

Così parlò Zarathustra – Selvaggia Saggezza

E con le lacrime agli occhi dovrò pregarvi di danzare; e io voglio cantare una canzone per la sua danza: Un canto di danza e di dileggio contro lo spirito di gravità, il mio supremo e più possente demonio, del quale essi dicono che sarebbe il signore del mondo.
E questo è il canto, che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme.
Nell’occhio tuo guardai, or non è molto, o vita! E mi parve di sprofondare nel senza-fondo.
Ma tu mi riportasti a galla con lenza d’oro; ironicamente ridevi, perché ti avevo chiamata senza-fondo.
“Così ragionano tutti i pesci,” dicesti; “ciò di cui essi non toccano il fondo, è senza-fondo.
Invece io sono soltanto mutevole e selvaggia, e in tutto e per tutto femmina, e non virtuosa: Sebbene per voi uomini mi chiami ‘la profonda’ o ‘la fedele’, ‘l’eterna’, la ‘piena di mistero’.
Ma voi uomini ci recate in dono sempre le vostre virtù voi, virtuosi!”

[Da Il canto della danza – Così parlò Zarathustra, F. Nietzsche]

L’incontro di  Zarathustra con le danzatrici sancisce una spaccatura fra la pesantezza della vita e la lievità del loro passo.

La vita intesa come pesantezza richiama l’immagine di un corpo inerte che scompaia negli abissi scuri di un lago. Tuttavia, per pesantezza dovremmo intendere la possibilità di raggiungere livelli di comprensione molto profondi: di raggiungere appunto il fondo del lago della vita. Ma visto che la più profonda verità della vita non può mai essere raggiunta, Zarathustra definisce la vita come “senza-fondo”.

E a questo punto già si torna a quella concezione statica della vita dalla quale con fatica stiamo cercando di allontanarci.  Una vita che si allunghi in un’unica direzione, che si protenda all’infinito verso un fondale intoccabile, mai davvero raggiungibile. Quest’immagine richiama ancora una volta quell’idea di esistenza secondo la quale ci sarebbe un piano più o meno prestabilito, come se le capacità di una vita esistessero tutte in potenza fin dalla nascita, e dovessero solo essere approfondite e riscoperte in dettagli sempre più precisi, ma a partire da qualità statiche che son date fin dal principio. Insomma, per quanto il fondale di un lago sia difficile da sondare in tutte le sue pieghe fangose e in tutte le sue piante acquatiche, esse comunque esistono, e in potenza son già lì da vedere.

Invece a Zarathustra la vita si rivela essere dinamica e selvatica, misteriosa proprio perché inconoscibile nel suo protendersi. Questo è quanto già abbiamo detto parlando dell’idea di fallimento e della dimensione progettuale dello scenario umano.

Ora, il riconoscimento di una vita irreggimentata e incustodibile passa attraverso l’emersione di una “Saggezza selvaggia”, definizione che pare oltremodo ossimorica.
Mentre il sostantivo “Saggezza” rende un’idea d’immobile quiete, come di placido raggiungimento di uno stato totale e risolutorio, l’aggettivo “Selvaggio” fa ribollire il sangue e scatena le carni, restituendo una figura convulsa e febbricitante.

Il punto è che esser saggi significa “volere, desiderare e amare”: solo in questo senso si può lodare sul serio la vita.

E i verbi che abbiamo citato – volere, desiderare, amare – non indicano affatto una condizione di stasi terminale, di mortifera pace dei sensi. Al contrario, sono portatori d’uno slancio travolgente, di un’apprensione continua e costante, d’un attaccamento salvifico all’esistenza.

Esser saggi significa allora ricordarsi che la vita è inarrestabile movimento.

Lo abbiamo ricordato tante volte, ma è bene continuare a ripeterlo: motore dell’esistenza non è il conseguimento di un meta, ma la percezione di un cammino.

Bisogna pertanto vivere in funzione di quei verbi che trattengono lo slancio, lo sporgersi oltre il parapetto, il trattenersi all’ultimo dal gioco fatale.

[Ho parlato dell’idea di Fallimento in questo articolo: Perché esiste l’idea di Fallimento?

Ho parlato di Desiderio in questo articolo: Osservatorio etimologico: Desiderio]

Solitudine e Isolamento: Vizi oppure Virtù?

Quanto è importante, almeno una volta durante il corso della nostra esistenza, cambiare il luogo nel quale viviamo? Come si affrontano la solitudine e l´isolamento che ne conseguono?

Dialoghi con Leucò – La Bestialità come annichilimento dell’Umano

Digital Capture
Lycaon changed into a Wolf – Hendrick Goltzius, 1589

PRIMO CACCIATORE: Io non credo che avesse bisogno di pace. Chi più in pace di lui, quando poteva accovacciarsi sulle rupi e ululare alla luna? Sono vissuto abbastanza nei boschi per sapere che i tronchi e le belve non temono nulla di sacro, e non guardano al cielo che per stormire o sbadigliare. C’è anzi qualcosa che li uguaglia ai signori del cielo: quantunque facciano, non han rimorsi.
SECONDO CACCIATORE: A sentirti parrebbe che quello del lupo sia un alto destino.
PRIMO CACCIATORE: Non so se alto o basso, ma hai mai sentito di una bestia o di una pianta che si facesse essere umano? Invece questi luoghi sono pieni di uomini e donne toccati dal dio – chi divenne cespuglio, chi uccello, chi lupo. E per empio che fosse, per delitti che avesse commesso, guadagnò che non ebbe più le mani rosse, sfuggì al rimorso e alla speranza, si scordò  di essere uomo. Provan altro gli dèi?

[L’uomo-lupo – Dialoghi con Leucò, C. Pavese]

Licaone, signore d’Arcadia – punito per la scelleratezza delle proprie azioni – fu trasformato in lupo da Zeus, e poi condannato a vagare per i boschi fino al giorno della sua morte.

Il senso del mito poggia tutto sul significato che Zeus attribuisce al concetto di castigo, proprio nel momento nel quale decide di togliere umanità a Licaone e mutarlo in bestia.

In termini strettamente umani, è questo davvero un castigo?
Non lo è.

Già ne abbiamo parlato menzionando il passo della Genesi sull’uccisione di Abele da parte di Caino. Una punizione – ossia un vero castigo – ha il compito di trattenere il senso di colpa e l’eventuale rimorso, obbligando l’empio a rivivere emotivamente il peso delle proprie nefandezze. Il senso di colpa è necessario per evitare che l’atteggiamento scellerato si riproponga: dando un’ampiezza emotiva e psichica alle azioni compiute, ne fa riverberare la gravità nel tempo.

Ora, il problema è che Licaone, divenuto lupo, esce definitivamente dalla scena umana del mondo. La sua trasformazione in una bestia non senziente, lo solleva da qualsiasi ritorno emotivo della colpa.

In apparenza, Zeus sembrerebbe dunque graziare Licaone, piuttosto che punirlo. Gli animali non temono nulla, non provano rimorso per le proprie azioni. Sono immuni al ritorno del proprio passato.

Zeus dunque decide sul serio di “salvare” Licaone?

In realtà, la domanda è mal posta. Dovremmo chiederci: Licaone, un individuo che servì ad un banchetto le carni umane del proprio nipote, è costui un essere umano? È degno di essere ricordato come membro dell’unica specie sulla Terra in grado di fare discreto uso del proprio intelletto?

Essere allora rigettati nella cecità animale vuol davvero dire salvarsi?

Zeus punisce Licaone declassandolo. Spazza via il suo diritto naturale e inalienabile di appartenenza alla specie umana, ributtandolo fra le bestie istintuali assetate di sangue e di carni. Lo cancella dalla faccia dell’umanità.
Ma non solo.

Scrive Ovidio nelle Metamorfosi:
« Si fe d’un huom’, un lupo empio, e rapace
Servando l’uso de l’antica forma,
Che l’human sangue più che mai li piace,
De’ suoi vecchi desir seguendo l’orma. »
[Metamorfosi, libro I – Ovidio]

Parafrasando Ovidio, Licaone è talmente empio da meritarsi la fine più scellerata: amare la carne umana. Licaone non può far altro che volersi cibare della specie che gli ha dato i natali.

In buona conclusione, non solo Licaone è privato della sua appartenenza al genere umano, non solo è cieco innanzi alla sua bestialità e brutalità, ma è addirittura condannato – innocentemente diremmo noi, inconsapevolmente – a divorare quelli che furono i suoi simili.

Ecco, penso che questo superi qualsiasi definizione umana di castigo.

[Ho parlato di Caino e Abele in questo articolo: Caino – Il senso della Legge
Ho parlato di Dialoghi con Leucò, per la prima volta in questo articolo: 29. I mortali – Cesare Pavese]

Zibaldone – Come stabiliamo che cosa è bello?

L’altro se il prototipo del bello sia veramente in natura, e non dipenda dalle opinioni e dall’abito che è una seconda natura. […] osservo che a noi par conveniente a un soggetto (e la bellezza sta tutta si può dire nella convenienza) quello che siamo assuefatti a vederci, e viceversa sconveniente ec. e però ci par bello quello che ha queste tali cose e brutto o difettoso quello che non le ha: benché in natura non debba averle e viceversa.

[Zibaldone di pensieri – G. Leopardi]

Da dove origina l’idea di bello che ciascuno di noi si fa nella propria mente?

La risposta più genuina che verrebbe da darsi è che derivi da un’immagine che la natura ci restituisce. Prima di costruire villaggi e città, prima di intraprendere una lenta marcia verso l’urbanizzazione e verso un pervasivo isolamento artificiale, l’uomo era immerso nella natura. Dunque gli elementi per stabilire che cosa fosse il Bello e cosa il Brutto dovevano necessariamente passare da lì.

Sulla base di questa osservazione, l’uomo stabilirebbe che un pesco in fiore sia più bello di un pino marittimo perché la definizione di bellezza sta dentro la natura. È l’essenza del pesco ad essere in sé esteticamente più meritevole di quella del pino. La natura, osservata dall’uomo, gli restituisce tutte quelle categorie che già implicitamente possiede. L’uomo dunque subirebbe passivamente l’archetipo di tali categorie, assumendo per natura le qualità da attribuire alle diverse componenti del mondo.

Eppure – dice Leopardi – per quanto ragionevole, questa assunzione non regge tanto. Non regge tanto perché in fondo a ciascun essere umano piace solo ciò che gli è stato insegnato di farsi piacere.

L’esempio che il poeta porta è valido ancora oggi: i Dobermann per natura hanno orecchie ampie e flosce e coda lunga. Eppure a noi piacciono con le orecchie spuntate e dritte e con un moncherino al posto della coda.
Insomma non ci piace il riflesso del mondo attraverso le fattezze di natura, non ci piacciono le linee che la natura ci rimanda. Ci piace qualcosa d’altro la cui origine è ignota e il cui senso è irrintracciabile.

Ancora più interessante risulta l’esempio della moda e del genere femminile: le donne nascono con i peli tanto quanto gli uomini, nascono struccate tanto quanto gli uomini, eppure agli uomini non piacciono donne che somiglino loro, o che comunque ricordino anche solo vagamente la loro primitiva origine bestiale.

Il dilemma iniziale allora rimane, sostando in bilico sulla totale incapacità da parte dell’individuo di comprendere da dove derivino tutte quelle categorie delle quali fa quotidianamente uso e per giunta con totale noncuranza.
Additiamo cose e le chiamiamo ripugnanti, obsolete e deprecabili, ma non sappiamo perché.

Qui Leopardi tocca davvero un punto molto sottile di questo macchinario umano avanzante e autodeterminante, che si fa da sé ma non sa bene come, che è vissuto da categorie che esso stesso ha creato ma che non riesce mai ad afferrare pienamente.

Mentre la civiltà avanza, procede digerendo le proprie usanze e i propri credo in maniera sistematica e inarrestabile, il singolo individuo che si soffermi a pensare, che voglia credersi padrone dei propri valori e delle proprie decisioni, si ritrova invece giocato dal peso di una storia inestricabile che inevitabilmente lo precede e lo determina.

[Ho parlato di Zibaldone di pensieri, anche in questi articoli:
Zibaldone – Bellezza o Imitazione?
Zibaldone – La Meraviglia e il Mirabile]

Le città invisibili – Noi, Imperatori

Che cosa accade quando ci rendiamo conto d’esserci lasciati alle spalle un passato di rovine e di devastazioni, nel solo tentativo di ritagliarci un piccolo spazio in questo mondo?