Zibaldone – È la tartaruga lenta, oppure l’uomo veloce?

“La tartaruga lunghissima nelle sue operazioni ha lunghissima vita. Così tutto è proporzionato nella natura, e la pigrizia della tartaruga di cui si potrebbe accusar la natura non è veramente pigrizia assoluta cioè considerata nella tartaruga ma rispettiva. Da ciò si possono cavare molte considerazioni.”

[Zibaldone di pensieri – G. Leopardi]

Considerazioni che Leopardi non approfondisce, e dunque lascia al lettore questo compito.

Che cosa Leopardi vuole dirci oggi.

Egli assume che la tartaruga, data quella lentezza che da sempre la contraddistingue, viva una vita lunga. Nel pensiero di Leopardi, quella vita è forse più lunga della vita di un essere umano.

Ovviamente precisa il fatto che si stia parlando di lunghezze relative, non di lunghezze assolute.

Siamo cioè caduti nel mondo delle percezioni.

Un bel po’ di tempo fa avevo speso più di qualche articolo sul concetto di tempo. Ve li ripropongo qui, in fondo alla riflessione di oggi.

Ora, siamo abituati a considerare il tempo come se fosse un’entità assoluta, scandita durante la nostra quotidianità in secondi, minuti, ore. Siamo abituati a dare una forma oggettivata, quantificabile – le unità di misura del tempo – ad una dimensione che però siamo obbligati a considerare solo a partire da categorie umane di percezione.

Quello che facciamo – senza nemmeno rendercene conto – è di assolutizzare un concetto, di assumere che sia vero anche in assenza dell’umanità, quando in realtà quel concetto origina sempre da un sguardo, come quello umano, che per natura è relativo.

Leopardi ci dice: se la tartaruga potesse comunicare in un linguaggio a noi del tutto comprensibile, che cosa ci direbbe?
Ammetterebbe di esser pigra, e che se solo si impegnasse un poco arriverebbe a raddoppiare il volume di lavoro che compie ogni giorno della sua vita?

Secondo Leopardi probabilmente no.

Invece ci direbbe: “Certo che siete proprio strani voi bipedi. Ma non vi rendete conto della velocità alla quale andate?”

Cioè la tartaruga rivelerebbe d’aver sempre visto un mondo accelerato attorno a sé, un lavorio instancabile di umani che corrono quando pensano di riposarsi, e che esagerano ogni volta che si convincono d’essere in ritardo.

Questo però ancora non giustifica la ragione per la quale la tartaruga vivrebbe a lungo.

Secondo Leopardi, la tartaruga vive a lungo perché le sue attività sono lente. Biologicamente parlando, potremmo dire che la natura concede più tempo alla tartaruga, perché la tartaruga ha bisogno di più tempo per portare a termine le proprie attività, le quali verosimilmente si limitano al divenire sessualmente matura per poi riprodursi, così da assicurare un futuro alla propria specie.

La cosiddetta lungaggine, se non pigrizia della tartaruga, è il tempo che le serve per percepire il mondo a suo mondo, per rispondere ad esso e compiere il ruolo della sua venuta sulla Terra.

Questa è un po’ la modalità con la quale il nostro Giacomo tentò di trovare la perfezione nel gioco di natura, anche quando l’occhio relativo dell’uomo si faceva troppo critico.

[Ho parlato di Tempo in questi articoli:

La percezione psicologica del tempo
La concezione del tempo fisico
Il tempo ciclico – Dea Madre
Il tempo lineare – Tradizione giudaico/cristiana

Ho parlato di Zibaldone di pensieri, per la prima volta in questo articolo: Zibaldone – Bellezza o Imitazione?]

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Dialoghi con Leucò – Quando la Morte vuol farsi Vita

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The Death of Hippolytus – Lourens Alma Tadema, 1860

Vi ricordate di quando Orfeo rinunciò all’ombra morta di Euridice, per tornare lassù in superficie, alla vita dei vivi?

Protagonista del mito di oggi è Virbio, che per alcuni – fra i quali Pavese – fu Ippolito, figlio di Teseo, re di Atene.
Giovane dalla straordinaria bellezza e dall’immacolata castità, ebbe sempre una predilezione per Diana (Artemide per i greci). Quando Venere (Afrodite per i greci) gli causò la morte, Diana lo resuscitò col nome di Virbio e, portatolo di Italia, lo fece regnare al suo fianco.

Che cosa accade dunque, quando la morte vuol giocare ad esser vita?

Accade che Virbio, personificazione della morte sulla Terra, non può far altro che partecipare di un mondo vivo, ma solo osservandolo asetticamente dall’esterno. “Se io non ci fossi” dice Virbio a Diana “questa terra sarebbe ugualmente com’è. Pare un paese immaginato, veduto di là dalle nubi.”

Un po’ come quando si desidererebbe tornare indietro ai momenti che furono, per osservarci vivere dal di fuori, muti spettatori di un tempo che va nell’altra direzione, quella della vita che evolve, che si trasforma.

È insomma chiara la nuova posizione che l’Ippolito resuscitato assume: egli non è più il vecchio mortale che tocca la terra e calpesta le foglie, non più il cacciatore dei boschi alle prese con l’udito fine della selvaggina. Ora il mondo gli è lontano, intoccabile. Egli lo può scorgere solo dalla lontananza del Monte, da quella posizione siderale che è propria del Dio che troneggia dall’alto.

Nella figura di Virbio emerge bene la differenza fra il morto che resuscita e il ragazzo che ogni mattina si desta e torna al gioco: entrambi vivono l’infinito presente, sottratti al domani come se il tempo non dovesse mai passare.
Eppure il fanciullo – quello che Ippolito fu – toccava la vita, esisteva nel mondo. Ora Virbio sa che “La [mia] terra è lontana come le nuvole lassù. Ecco, passo fra i tronchi e le cose come fossi una nuvola.”

Il resuscitato è un’ombra che cammina fra le cose vive, non vista. La sua essenza è intoccata dal mondo: non percepibile, inafferrabile dai sensi propri della materialità del reale, quasi fumosa, evanescente.

Ora la domanda è: perché il resuscitato non può tornare ad essere il mortale che era? Un mortale dotato di un corpo che sottostìa alle leggi dei sensi, al battito acceso della carne?

Ce lo dice Diana, rivelando l’essenza quasi ingenua del Dio per quella che è, incapace di vivere la vita umana dal di dentro, e potendola solo osservare – e dunque ricreare – dal di fuori: “C’è un divino sapore nel sangue versato. Quante volte ti ho visto rovesciare il capriolo o la lupa, e tagliargli la gola e tuffarci le mani. Mi piacevi per questo. Ma l’altro sangue, il sangue vostro, quel che vi gonfia le vene e accende gli occhi, non lo conosco così bene. So che è per voi vita e destino.”

Eccoci rivelato il limite del Dio: non sapere come all’umano si torcano i visceri, cosa voglia dire sentire i palpiti accelerati del cuore. Diana è in fondo l’artista magistrale al quale manchi il sapore dell’anima, e che non sappia comprendere come il volume della vita si gonfi da dentro.
Il corpo dell’uomo non è un burattino inerte riempito di un po’ di vivacità. Noi respiriamo da dentro: è l’attività della nostra soggettivazione ad articolare i gesti, ad emettere suoni.

Dunque Virbio – l’Ippolito resuscitato – si ritrova imprigionato in un corpo che non ribolle, dove la biologia è ferma, e non risuona più al riverberare del mondo.

Il problema è che l’anima di Ippolito c’è ancora: disperatamente ancorata al fanciullo che fu, ripensa al proprio vissuto di mortale.

[Ho parlato di Orfeo ed Euridice in questo articolo: Dialoghi con Leucò – Eros oppure Vita?
Ho parlato di Dialoghi con Leucò, per la prima volta in questo articolo: 29. I mortali – Cesare Pavese]

Non sapere che quel poco è cara cosa

Prendere da ognuno quel che c’è.

Non sapere che quel poco è cara cosa,
vinto dono
sotto un oceano di schiamazzi.

Chiamare quel tuo amico
a viva voce:
vederlo premere un sorriso
sulle labbra,
gli occhi altrove.

Raccontargli con le mani
un imbarazzo,
e poi udirlo accovacciarsi
appresso a un cane.

Sentire il fuoco teso
dei falò
farsi fiamma arresa delle
braci.

E non capir le sottrazioni,
il viso molle dei felini.

Non sapere che quel poco è cara cosa.

[S.R.]

Perché i fenicotteri di Villa Invernizzi non volano via

Henri_Rousseau_-_The_Flamingoes
The Flamingoes, 1907 – H. Rousseau

Chissà perché
i fenicotteri rosa
di via Cappuccini
non volano via.

Romeo Invernizzi, ideatore del Formaggino Mio e di Susanna Tutta Panna, trascorse parte della propria vita in una villa milanese, presso Via dei Cappuccini, 7.

Oggi noto come Palazzo o Villa Invernizzi, il luogo è dotato di uno spazioso giardino che ospita una nutrita popolazione di fenicotteri rosa.
Misteriosamente chiuso al pubblico, l’interno del giardino – così come i fenicotteri che lo abitano – è osservabile esclusivamente dalla strada, attraverso le inferriate della cancellata.

A tal proposito mi torna alla mente un breve passaggio de Il giovane Holden, di J.D. Salinger:
«Io abito a New York, e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South. Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta.»

Cerchiamo di approfondire il comportamento di questi uccelli.

Partiamo dai fenicotteri di Villa Invernizzi. Perché non volano via?

Forse non sanno volare? Improbabile, visto che l’atto del volare è insito nell’esser uccelli. Persino gli struzzi – che non volano – sbattono le ali. Pertanto un qualsiasi uccello, salvo menomazioni gravi, prima o poi proverebbe a spiccare il volo.

Non sanno che esiste un mondo al di fuori della cancellata? Altrettanto improbabile, visti i passanti curiosi.

E allora perché?
Hanno a disposizione risorse alimentari infinite, non devono fare i conti con una competizione interspecifica, non devono temere predatori, ed evidentemente l’ampiezza del giardino garantisce loro uno spazio vitale per individuo sufficientemente esteso.
Non gli conviene andarsene.

Dal punto di vista umano, gli conviene starsene dietro le sbarre. Gli conviene farsi imbonire, imboccare dal curatore della villa. Gli conviene accorrere al mangiatoio quando è pieno, e poi farsi un bel bagno in estate con l’acqua dell’irrigatore. Gli conviene farsi accudire, e non dover pensare a nulla. Lasciare tutto nelle mani del Padrone, che in fondo ci vuole bene. Ci vuole grassi e lucidi. E con un bel manipolo di curiosi che ci spia da fuori, come gioielli dietro il vetro.

Se allora la vita dei fenicotteri è tutta lì da vedere, la si può cogliere dal di fuori, come un intero liscio senza screpolature, senza quarti di ombre, che cosa dovremmo dire delle anatre di Central Park?

La domanda di Holden andrebbe riscritta, rendendone esplicito il senso: non ci importa capire dove vadano le anatre, ma piuttosto perché se ne vadano. Voi stareste su un lago ghiacciato, nel quale prima potevate sguazzare liberamente? Ve ne stareste lì, da soli, a patire il freddo e la carenza di cibo? Soccombereste volontariamente?

Ed ecco che la vita si apre al mistero dell’indeterminatezza.

Dove voglio arrivare oggi.

Per quanto a noi umani possa apparir triste una vita da fenicottero, qui a Milano, dove il mondo si limita ad un viottolo e due inferriate, la verità è che questi uccelli si privano della loro libertà di volare per assicurarsi una sopravvivenza. Poiché tutto ciò che sta oltre il cancello è rischioso, è contro le probabilità di farcela.
Però, nel momento nel quale l’agio del laghetto vien meno, le anatre di New York son pronte a partire. Sono pronte a slanciarsi nel cuore di una nuova marcia verso la sopravvivenza.

Ecco che forse la libertà non esiste.
Esiste solo la libertà di assicurarsi una sopravvivenza. Di durare.

[Per una lettura integrale, rifarsi a: Il giovane Holden, J.D. Salinger, Einaudi.]

Le città invisibili – Il paradosso della proliferazione innocente

Ogni anno nei miei viaggi faccio sosta a Procopia e prendo alloggio nella stessa stanza della stessa locanda. Fin dalla prima volta mi sono soffermato a contemplare il paesaggio che si vede spostando la tendina della finestra: un fosso, un ponte, un muretto, un albero di sorbo, un campo di pannocchie, un roveto con le more, un pollaio, un dosso di collina giallo, una nuvola bianca, un pezzo di cielo azzurro a forma di trapezio. Sono sicuro che la prima volta non si vedeva nessuno; è stato solo l’anno dopo che, a un movimento tra le foglie, ho potuto distinguere una faccia tonda e piatta che rosicchiava una pannocchia. Dopo un anno erano in tre sul muretto, e al mio ritorno ce ne vidi sei, seduti in fila, con le mani sui ginocchi e qualche sorba in un piatto. Ogni anno, appena entrato nella stanza, alzavo la tendina e contavo alcune facce in più: sedici, compresi quelli giù nel fosso; ventinove, di cui otto appollaiati sul sorbo; quarantasette senza contare quelli nel pollaio. Si somigliano, sembrano gentili, hanno lentiggini sulle guance, sorridono, qualcuno con la bocca sporca di more. Presto vidi tutto il ponte pieno di tipi dalla faccia tonda, accoccolati perché non avevano più posto per muoversi; sgranocchiavano le pannocchie, poi rodevano i torsoli. Così, un anno dopo l’altro ho visto sparire il fosso, l’albero, il roveto, nascosti da siepi di sorrisi tranquilli, tra le guance tonde che si muovono masticando foglie. Non si ha idea, in uno spazio ristretto come quel campicello di granturco, quanta gente ci può stare, specie se messi seduti con le braccia intorno ai ginocchi, fermi. Devono essercene molti di più di quanto sembra: il dosso della collina l’ho visto coprirsi d’una folla sempre più fitta; ma da quando quelli sul ponte hanno preso l’abitudine di stare a cavalcioni l’uno sulle spalle dell’altro non riesco più a spingere lo sguardo tanto in là. Quest’anno, infine, a alzare la tendina, la finestra inquadra solo una distesa di facce: da un angolo all’altro, a tutti i livelli e a tutte le distanze, si vedono questi visi tondi, fermi, piatti piatti, con un accenno di sorriso, e in mezzo molte mani, che si tengono alle spalle di quelli che stanno davanti. Anche il cielo è sparito. Tanto vale che mi allontani dalla finestra. Non che i movimenti mi siano facili. Nella mia stanza siamo alloggiati in ventisei: per spostare i piedi devo disturbare quelli che stanno accoccolati sul pavimento, mi faccio largo tra i ginocchi di quelli seduti sul cassettone e i gomiti di quelli che si dànno il turno per appoggiarsi al letto: tutte persone gentili, per fortuna.

[Le città continue, 3 – I. Calvino]

È piuttosto chiaro che noi esseri umani – qui sulla Terra – consumiamo troppo.

Il 29 Luglio si è realizzato l’Earth Overshoot Day, ossia il giorno dell’anno 2019 nel quale la popolazione mondiale ha consumato un ammontare di risorse pari a quelle che è capace di produrre in tale anno. Nel 1971 tale giorno fu il 21 di dicembre.

L’eccessivo sfruttamento delle risorse è imputabile a numerose cause, ma oggi Calvino ci aiuta ad evidenziarne una innocente.
Per causa innocente voglio intendere una causa che è struttura integrante dell’esser uomo, e che si realizza nel momento nel quale l’uomo – l’individuo – viene alla luce. È una causa inevitabile, che il corpo dell’individuo si porta inevitabilmente appresso.

Siamo dunque alle prese con Procopia, città delle proliferazioni.
Gli abitanti del luogo sono tutti uguali gli uni agli altri, non si muovono di una virgola dalla posizione che assumono, sono sorridenti e – a quanto pare – si vogliono anche piuttosto bene. Infatti rimangono costantemente abbracciati gli uni agli altri, rigidi nella loro amabilità.

Qual è allora il problema? Occupano spazio. Spazio vitale.

Gli abitanti di Procopia non hanno bisogno di nulla.
Restando immobili, non hanno bisogno di nutrirsi un gran che, né di svolgere alcun genere di lavoro o di attività umana. Sempre sorridenti, non soffrono di tristezze o di malumori vari. Sempre abbracciati, non incorrono in solitudini o in manie depressive.

I singoli individui non consumano quasi nulla, non rovinano nulla, non richiedono nulla. L’unica loro peculiarità è quella di occupare un misero ma fondamentale rettangolo di terra.

Infatti, se il numero di individui aumenta, e ad un omino sorridente se ne affianca un altro identico, il paesaggio inizia a mutare. Dapprima Marco Polo può osservare il cielo, cogliere il paesaggio. Poi si ritrova a non vedere altro che facce, che ghigni innocenti ma pericolosi, pericolosi per il semplice fatto che occupano uno spazio precedentemente libero, e ricco d’aria.

E questi omini sono gentili, innocui nella loro presenza. Non fanno altro che esserci, in soprannumero. Nessuno di loro ha colpe, nessuna responsabilità. Non c’è volontà di recar danno, di depredare, di avere tutto per sé.

Eppure la massa aumenta secondo modalità incontrollabili, involontarie. E lo spazio vitale diminuisce.

Ecco, questo è un problema.

È un problema perché ogni nuova forma umana di vita che viene alla luce è già causa – intrinseca ed inevitabile – di problemi. La sua materia – che precede qualsiasi intenzione, qualsiasi gesto morale o etico – è già un problema.

Siamo un problema.

[Per rifarsi al percorso all’interno de Le città invisibili, rifarsi alla sezione: “Le città e il mito”.]

Scenari distopici – La vuota reiterazione del gesto

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Oggi ho visto un film che mi ha profondamente turbato.

A turbarmi non è stata una scena in particolare, un dialogo, un atto mancato. Nulla di tutto questo.

Ciò che mi ha turbato è stato arrivare ad una consapevolezza: la reiterazione di un gesto, un gesto terribile, incontrollabile, vuoto, può vincere sulla violenza straripante dell’amore.

Un gesto meschino, un atto vile che si sostituisce al dialogo, che mozza le lingue, che assorda i silenzi, che scaglia l’esistenza oltre il precipizio del senso. Un gesto che chiama un altro gesto, che desidera il proprio ripresentarsi, che non vuol altro se non il proprio vuoto.

Si comincia così, sporadicamente. Ma il seme iniettato, il foro endovena, una macchia: rimane. Il segno perdura e chiama altro segno. E allora si scende per strada, si vaga, attraverso i frammenti coerenti di un mondo distante.

E poi la sporadicità diventa eternità. Lo sguardo si perde sulla piattezza vuota dell’orizzonte. Calipso ci spiega bene che cosa significhi cascar fuori della scena del mondo, semplicemente ripresentarsi ogni mattina, esserci per svuotarsi, nel nulla.

Insomma i protagonisti di questa pellicola non fanno altro che drogarsi. E l’azione è progressiva. Ma non sono loro che si fanno, e la droga che li fa. È la droga che si fa in loro, escludendoli sempre di più da loro stessi. Come se la nostra coscienza venisse progressivamente sbattuta fuori dalla casa del nostro cranio.

Rimane solo l’affanno del gesto. L’urgenza della dose, e la quiete. La frenesia, e la morte. Un continuo svuotarsi, nel quale l’assunzione sgonfia gli animi, sottrae le parole.

Insomma alla fine del film la ragazza si prostituisce per poter realizzare quel ghigno nervoso della fame bestiale, e il ragazzo va in sepsi.
Il braccio nel quale si è iniettato qualsiasi cosa è irrecuperabile.

Si risveglia in un letto d’ospedale con un moncherino.
Che cosa c’è di più straziante che la perdita di un arto? Che cosa deturpa di più della menomazione del corpo?

Sapere che i familiari, le persone care, la propria donna non verranno.
Per quanto miserabile sia stata la nostra vita, per quanto irrecuperabili le nostre azioni, per quanto incorreggibile la nostra esistenza, al capezzale qualcuno viene sempre.

L’amore vince sempre, no?

Non se la mia ragazza è intenta a procurarsi la propria dose, magari vedendosi per qualche balletto erotico.

L’acefala necessità del gesto prima dello schianto dell’amore.

[Il film in questione è: Requiem for a Dream, regia di Darren Aronofsky, 2000.

Ho parlato dell’uso di stupefacenti in questo video: Mr. Marra, Lil Dicky e Netflix: parliamo di Pornografia, Cambiamento Climatico e Droga

Ho parlato di eternità e della perdita del senso della vita, in questo articolo: Dialoghi con Leucò – Calipso oppure Ulisse?]

Così parlò Zarathustra – Il Fanciullo

Nuovo capitolo attorno allo Zarathustra di Friedrich Nietzsche.
Oggi approfondiamo la Terza Metamorfosi dello Spirito: di come il Leone si faccia Fanciullo.

Dialoghi con Leucò – Calipso oppure Ulisse?

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Ulisse e Calipso – Arnold Böcklin, 1883

Che cosa significa essere immortali?

Al cuore del mito di oggi troviamo Calipso, signora di Ogigia.
Ogigia, isola posta al centro del mare, nel punto più lontano dai palpiti mortali, dai canti solerti, dai battiti scoscesi di una vita umana che vede continue interpunzioni, percorsi interrotti.

Nulla di tutto questo affligge l’immortalità: essa è giocata da perpetua coerenza. Un percorso la cui lunghezza non ha dimensione, il cui spessore non ha luogo.
Infatti questo è ciò che Calipso arriva a dire a Odisseo: Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altr’isola in te.

Il paradosso di Calipso si fa evidente: a furia di esistere, a furia di durare in una dimensione nella quale il tempo ha perduto di definizione, la dea ha smesso di sentire la vita.
Vita eterna è trascorrere, in ogni istante, la ripetizione esatta, immancabile, puntuale di ogni presente. Significa smarrire il senso stesso dell’esistenza, tanto che la vita vuota di Calipso vive solo della pienezza passiva del mare e del vento. “Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento.”
Una voce che innonda canali morti, superfici rapprese.

Dunque questo è il destino di Calipso: non avere più un destino. Non sapere che cosa riserverà un domani, poiché il futuro si schiaccia sulla piattezza di un eterno presente, indistinguibile nelle sue parti, irrisolvibile nei propri dettagli.

E che cosa allora risponde Odisseo a tale sciagura?

Io credevo immortale chi non teme la morte. Odisseo è colui il quale non accetta l’orizzonte che si erge innanzi ai propri occhi.
Per Calipso l’orizzonte è invece il paradigma di quell’eterna ripetizione: ci si può perdere in un orizzonte poiché è sempre uguale a stesso. Abbandonata sugli scogli ad osservare un paesaggio sempre coerente, piatto nel suo riproporsi, immagine speculare di una pienezza sempre più vuota, sempre più scevra di significati.

Odisseo deve invece rompere la piattezza dell’orizzonte: deve avvicinare quell’orizzonte, farlo isola, casa, dirupo. Questo è lo slancio vitale che materializza l’esistenza, che la fa concreta, tattile.

Laddove Calipso si perde nell’eterea indistinguibilità del tutto, Odisseo deve toccare con mano. Deve creare i cieli oltre l’orizzonte, e nuovi mari. D’altronde Dante ce lo ricorda molto bene: Odisseo è colui il quale fu punito perché volle troppo, che schiantò la propria vita senza ritegno. Il più mortale fra i mortali.

Sempre meglio che perdersi nel ritorno dell’onde.

[Per una lettura integrale, rifarsi al dialogo L’isola dei Dialoghi con Leucò, Cesare Pavese, ET Scrittori, Einaudi.

Ho parlato di Dialoghi con Leucò, per la prima volta in questo articolo: 29. I mortali – Cesare Pavese]